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Pietro Masciullo (www.sentieriselvaggi.it)
05.02.2016
Ci rimane addosso un’esperienza filmica comunque totalizzante, simile per certi aspetti all’altro classico settantesco di questa stagione: Spotlight. L’incidente notturno col cervo, fulmineo e destabilizzante, è indice di un cinema che vuole aprirsi al contingente svelandosi in una singola sequenza apparentemente slegata dal tutto. Una sequenza che ci fa tornare per pochi istanti ai lunghi adiii altmaniani o ai rolling thunder schraderiani: Chandor ha precisi referenti di tono noir ma non li fa mai pesare. E in fondo basta veramente poco per schiudere le porte di una memoria condivisa: basta il fantasma di uno skyline che ci fa intravedere per ben due volte le Twin Towers sfocate, inquadrate in profondità di campo come ricordo vivo-e-inafferrabile, come cicatrice ancora aperta di una città (e di un modo di guardarla) che incombe e preme sul singolo destino di Abel. Ecco: quel che resta è un sincero sguardo sugli esseri umani, una sincera empatia in ogni singola scelta, in un cinema mai passatista proprio perché straordinariamente consapevole di un passato. J. C. Chandor, senza troppa enfasi o presunzione, ci sta ancora dicendo che non tutto è perduto.

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Gabriele Niola (www.badtaste.it)
05.02.2016
C’è un nemico invisibile, un’aria di cospirazione e di accerchiamento in questo film che si regge moltissimo sulle spalle del suo protagonista, Oscar Isaacs, e su una scelta maniacale dei luoghi ampi e disperati. È cinema indipendente con il coltello fra i denti, che sfrutta la sua natura per essere diverso dagli altri e non una versione a budget minore dei soliti film. E qui sta proprio il passo in avanti rispetto a All is lost, perché accanto alla tenacia di Abel Morales c’è anche ciò contro cui si scontra: un incredibile muro di indifferenza e un senso continuo di futilità che circonda le sue corse, le sue decisioni e la sua inarrestabile e quieta cocciutaggine. Non si arrende alle angherie dei più potenti Morales, è pronto a tutto eppure, anche nelle sue vittorie sembra uno sconfitto. Il perché di tutto ciò è un oceano di idee e sensazioni diverse che stanno nella testa di ogni spettatore.

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Marcello Lembo (www.mondofilm.it)
04.02.2016
Il Chandor regista non è da meno. Complice la splendida fotografia di Bradford Young (Selma), l’autore riesce a ricreare una versione convincente dei primissimi anni 80, una visione che incanala le suggestioni di certi polizieschi alla William Friedkin o all’ultimo Don Siegel. Ultima ciliegina sulla torta è un bel cast dove a primeggiare è Oscar Isaac, sicuramente uno degli attori più interessanti e versatili dell’ultima generazione, che ritrae il suo protagonista con il giusto mix di dubbi e ostinazione, la gravitas di chi sceglie di correre grossi rischi e non vuole accettare una sconfitta.

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Giorgia Lo Iacono (seesound.it)
04.02.2016
Tra doppie facce e richiami al ‘diritto scottante’ di potersi autodifendere, Il film di Chandor si dispiega come un crime movie drammatico che dietro la bellezza dei suoi protagonisti, la sensazione quasi tangibile di ricchezza e benessere che questi trasmettono dalla loro casa super lusso e dagli abiti firmati, mostra con precisione e senza sconti il sorgere del marcio dietro le facciate perbene. Riuscendo, con grande abilità, a delineare scena dopo scena i tratti di un periodo difficile e letale pur attraverso pochi, ma fondamentali, personaggi.

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Massimiliano Schiavoni (quinlan.it)
04.02.2016
Come già mostrato nelle sue opere precedenti, Chandor palesa anche qui un approccio decisamente freddo e distaccato nei confronti di siffatta materia incandescente. Un atteggiamento da entomologo, da dissezionatore di dinamiche socio-produttive rimesse in scena stavolta con grande sagacia narrativa. Per la sua ampiezza e polifonia e per la complessa architettura narrativa, 1981: Indagine a New York si avvicina da un lato alla tragedia classica, dall’altro al grande romanzo americano. E camuffandosi dietro a tale ampio respiro di racconto Chandor realizza in realtà un film impietosamente politico, che non prevede salvezza per nessuno e che trova nel ricatto (niente più che una versione ancor più degradata del “do ut des”) il fondamento di un’intera cultura. Per lo più Chandor si affida alla dilatazione dei tempi, raggiungendo livelli di inusitata tensione narrativa tramite continue sospensioni e riprese, e lasciandosi andare solo a un paio di scene urlate tra i due protagonisti, tanto ben orchestrate quanto talvolta troppo didascaliche (in prefinale alla Chastain sfugge pure un richiamo diretto all’American Dream). La sapienza drammaturgica di Chandor appare comunque in costante crescita film dopo film. Di sicuro 1981: Indagine a New York mostra un deciso salto di qualità nella costruzione narrativa e nello sguardo registico (basti pensare all’uso quantomai funzionale di luci e ambienti), lasciando curiosità per i nuovi film a venire.

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Roberto Nepoti (www.repubblica.it)
04.02.2016
1981: indagine a New York è un ottimo noir scritto, prodotto e realizzato da un regista, J.C. Chandor, che conosce molto bene la sintassi del cinema degli anni 70 (Serpico di Lumet, Il braccio violento della legge di Friedkin) o, più recenti, le atmosfere cupe e persecutorie dei film di James Gray. La cosa che fa svettare il suo film su tanti crime-movie banali in circolazione è che il regista non tratta i suoi spettatori come degli idioti, servendo loro dosi di violenza ogni due scene; lascia invece ai personaggi il tempo d'installarsi e di acquistare complessità.

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Stefano Lo Verme (movieplayer.it)
04.02.2016
Di scena in scena, 1981: Indagine a New York svela la propria natura di film 'classico', inteso nel senso migliore del termine. In questo tenebroso crime drama sull'ambizione e la violenza come componenti endemiche della società americana, J.C. Chandor dimostra infatti di aver assorbito appieno la lezione dei grandi maesti della New Hollywood, richiamandosi al Francis Ford Coppola de Il Padrino ma in particolare a Sidney Lumet e ad opere quali Serpico o Il principe della città, e non solo per il crudo realismo della narrazione e per l'impeccabile equilibrio fra thriller e dramma. Come nel cinema di Lumet, anche in 1981: Indagine a New York la tensione è in primo luogo la risultante di un conflitto morale, mentre il manicheismo è abbandonato a favore di un approccio ben più ambiguo e problematico rispetto alle vicende e ai personaggi rappresentati.

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Stefano Santoli (www.ondacinema.it)
03.02.2016
Il film vive di una tensione palpabile, composta per sottrazione. Il ritmo è lento, ipnotico (ricorda quello di "Foxcatcher"). La sospensione è sottolineata da scelte estetiche precise. Anzitutto, la pacata compostezza dei gesti, a partire da quelli di un controllatissimo Oscar Isaac (l'attore più interessante della sua generazione, che qui - avendo palesemente per modello le prove più moderate di Al Pacino da giovane - regala probabilmente la sua miglior interpretazione grazie alla bravura di Chandor nel dirigere gli attori). E poi, la studiata pacatezza dei movimenti di macchina. La mdp - più spesso ferma che in movimento (ancora più che in "Margin Call", dove tracciava spesso carrellate fra le geometrie degli ambienti) - scruta in realtà sovente la scena con dei leggerissimi, quasi impercettibili movimenti in avanti o indietro, che oltre a procurare una sensazione di intrappolamento, aumentano nello spettatore un'ansia sottile. Il ritmo è senz'altro lento, potremmo dire un "adagio": ma è una lentezza che vibra come una corda che pare immobile e che invece è tesa allo spasimo. 

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Sara Prian (www.voto10.it)
03.02.2016
Chandor poi opera attraverso una regia attenta ed indagatrice, molte volte voyeur delle discussioni dei protagonisti, alla quale si unisce una fotografia affascinante, fredda, che rispecchia l'anima della pellicola e che gioca su chiaro scuri angoscianti, che ben sottolineano come, in qualsiasi persona, aleggi un ombra. 1981: Indagine a New York è un film davvero complesso che spinge lo spettatore a raschiare il fondo assieme ai suoi protagonisti, una discesa nei gironi dell'inferno dove Abel-Dante cerca di rivedere le stelle grazie a Anna-Virgilio e nel frattempo ci porta a conoscenza delle sue difficoltà e dei suoi struggimenti di essere corretto in un mondo che, per sopravvivere, vuole tu sia il contrario.

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Joseph Crisafulli (www.supergacinema.it)
03.02.2016
J. C. Chandor firma un film molto profondo, in grado di mostrare il lato oscuro dell'ideologia americana più acclamata nei film hollywoodiani. Il regista e sceneggiatore propone in modo originale un tema e un genere ben consolidati. Gli stessi personaggi, se a prima vista appaiono come stereotipi di molti film già visti, nella seconda metà della pellicola rivelano la propria peculiarità e autenticità. Oscar Isaac e Jessica Chastain sono brillanti, riuscendo ad incarnare dei protagonisti così complessi e pieni di luci e ombre. Il film riesce nell'intento di considerare in pieno e in tutta la sua interezza il Sogno Americano, che non è più così puro, se mai lo è stato, ma è sporco, è complicato, è inquinato e necessita di un intimo e personale compromesso con se stessi e con la propria etica.

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Serena Catalano (cinema.everyeye.it)
03.02.2016
A Most Violent Year solleva molte domande dall’inizio alla fine, e non sempre sembra rendere facile la ricerca delle risposte: non è un film facile da amare, ma la sua pienezza nelle sfumature, il suo profondo e ricercato senso stilistico e soprattutto le magnifiche interpretazioni dei personaggi riescono a funzionare insieme in un modo che è impossibile definire semplicemente ‘buono’. A convincere ulteriormente, una regia fatta di piena consapevolezza incastonata all’interno di una fotografia estremamente comunicativa, che rendono un film un piacere per gli occhi e per chi ama il buon cinema. Da non perdere.

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Cecilia Strazza (www.vertigo24.net)
03.02.2016
Un film perfetto, un'opera gelida e passionale che mette in scena la crisi del sogno con estrema misura e maestria.

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03.02.2016
Di fronte alla freddezza, alla cattiveria e agli inganni che lo circondano Morales perciò sembra quasi un Don Chisciotte tenero e abbandonato, in lotta contro i mulini a vento e preso in giro da tutti perché profeta della bontà e della morale. Una condizione che, oltre ad incidere fin dentro l'epilogo della storia, permette al regista J. C. Chandor di dirigere con passo felpato e tensione programmata una pellicola elegante, sorretta da grandi interpreti e complessivamente azzeccata. Che nonostante la tematica abusata ha il pregio di centrare il bersaglio e di non sfaldarsi minimamente.

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Erica Belluzzi (www.cinemamente.com)
03.02.2016
A Most Violent Year è per certi versi figlio del primo Padrino di Coppola, che ricorda per il ritratto di un uomo di fronte a un bivio nella difesa della famiglia, e di Quei Bravi Ragazzi. Mentre quest’ultimo parla di un uomo che ha sempre voluto essere un gangster, Chandor narra la vicenda di un uomo che ha sempre cercato di parlare, camminare e comportarsi come un gangster pur restando un borghese arricchito. In definitiva A Most Violent Year è un film perfetto per tutti quelli che vogliono uscire dal cinema e riflettere su che cosa hanno appena visto.

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Giulia Marras (farefilm.it)
03.02.2016
Nell'anno più violento della storia di New York, l'integrità è debolezza: e lo sa bene la compagna Jessica Chastain, ottima e bronzea nel ruolo di una truce figlia di un gangster di Brooklyn: Lady MacBeth metropolitana, è la prima a mettere in discussione Abel, e quasi la sua virilità di vero uomo americano. In una scena emblematica e potentissima in cui Abel esita nell'uccidere un cervo, è la moglie a usare finalmente la pistola. Ed è esattamente in questi momenti in cui sorge il dubbio che Chandor sia a tutti gli effetti un nuovo Autore con la a maiuscola di cui ci si sta occupando troppo poco.

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Pierpaolo Bonelli (cinetvlandia.it)
03.02.2016
1981: Indagine a New York è un buon film capace di miscelare indagine sociale e dramma etico mantenendo in costante equilibrio emozioni e tensioni. Forse il punto debole del film sta nel voler mettere tutte sul piatto le tante contraddizioni di un’epoca, effettivamente contraddittoria, finendo per sacrificarne qualcuna sull’altare del ritmo e della narrazione. Ma il risultato finale è comunque ottimo, elevando il film ben al di sopra della media.

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Gianluca Arnone (www.cinematografo.it)
03.02.2016
J.C. Chandor cattura la pressione ostile e maligna dell’ambiente, infettando il film di un fatalismo disperato e di un senso di sconfitta che fa male. Forse perciò non è stato troppo amato in America. Eppure per chi volesse oggi una diagnosi non edulcorata dello stato dell’uomo sotto il capitalismo non dovrebbe prescindere dal lavoro del regista di Morristown, 42 anni e un trascorso da regista di spot pubblicitari. Roba da non crederci.

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Carola Proto (www.comingsoon.it)
03.02.2016
Sobrio e raffinato, il film non reinventa dunque il genere con il quale si diverte a flirtare, limitandosi a ereditarne la tensione, che si fa sempre più incalzante diventando trepidante attesa di una crisi, di uno scoppio d’ira. Non che non ci sia una ribellione nella resistibile ascesa dell’uomo dal nome biblico che la macchina da presa di Chandor non abbandona mai. La sua guerra alla concorrenza però è fredda, perché combattuta non con le armi e con il sangue, ma a colpi di caparbietà, acume e idealismo. Lontano anni luce da un Don Chisciotte ridotto a nullità da un sistema corrotto, il buon Morales è un personaggio destinato a vincere in nome della sua inafferabilità e coerenza "talebana". Complesso e imprevedibile, somiglia sì a Michael Corleone – con cui condivide il dilemma se replicare o meno gli schemi dei padri e la necessità di mettere d’accordo affari e famiglia – ma prima di ogni altra cosa è profondamente umano. Per questo al regista interessa il suo dramma personale, un dramma raccontato senza sensazionalismi, violenza grafica, scene madri e revolver che sparano colpi su colpi, ma attraverso un percorso di avvicinamento continuo e di introspezione, a cui fa da contraltare un’eleganza formale mai ostentata che rende alcune inquadrature – specialmente i campi lunghi – di una bellezza struggente.

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Fabio Canessa (www.linkinmovies.it)
03.02.2016
Passate le due ore, sullo scorrere dei titoli di coda, la sensazione che lascia il film è subito quella di aver visto un'opera compiuta, senza punti deboli, un crime movie elegante e convincente che, pur recuperando la tradizione del genere, mantiene una certa originalità. Con una ricchezza di sfumature morali sulle quali è costruito il cuore della narrazione che si avvale tecnicamente di una splendida fotografia e artisticamente di ottime interpretazioni.

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Antonio Maria Abate (www.cineblog.it)
03.02.2016
C’è tanto spirito americano nei film di Chandor, che è fra i pochi registi statunitensi a confrontarsi in maniera così lucida ed efficace con un sistema che dopo decenni sembra quantomeno scricchiolare. Lo fa legandosi ad una tradizione che non nega affatto, basato sul cinema della suspense, dell’affabulazione, quello che, in un modo o nell’altro, ci ha svezzato un po’ tutti. Seguendo un percorso consapevole, e su più fronti; delle convenzioni, dei ruoli, delle sensibilità e del tenore di certo modo di fabbricare film lì dove si è formato. A Most Violent Year, in questo senso, rappresenta anche una dichiarazione piuttosto eloquente; con questo suo terzo lavoro Chandor prova a costringere la sua storia, quella del suo Paese, a fare i conti con sé stessa. Abel incarna ben più del sogno americano: implacabile, temerario, ambizioso, sotto certi aspetti persino eroico. Tanto che a Chandor non serve scrivere come andrà a finire la sua storia, che alla fine del film praticamente ha inizio; in un modo o nell’altro, lo sappiamo già. L’abbiamo vista centinaia di volte.

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