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Lucia Mancini (www.filmforlife.org)
09.02.2016
Il film di Ponsoldt si rivolge sia a chi conosce già l’opera di David Foster Wallace sia a chi non ha mai letto nulla di questo autore. I primi potranno ritrovare in questa pellicola un amico prezioso, una figura importante capace di interpretare con coraggio e lucidità i turbamenti e le contraddizioni del nostro tempo; i secondi invece desidereranno, alla fine della visione, andare in libreria per approfondire l’universo dello scrittore statunitense, iniziando a loro volta con lui la loro personale, intima conversazione.

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Matteo Marescalco (www.cinema4stelle.it)
09.02.2016
Ponsoldt sfrutta il contrasto tra il gelido panorama esterno, costantemente innevato, ed il tiepido cantuccio domestico in cui viveva Wallace per delineare lo scontro tra due caratteri e due vite agli antipodi ma che finiscono per specchiarsi. Debitore nei confronti della scuola del Sundance, che tanti talenti ha sfornato, nel corso degli anni, ma che, ultimamente, rischia di chiudersi in una sorta di autoreferenzialità che ne mina la freschezza dello stile, il regista costruisce un affresco sensibile che ha il suo centro focale nella partita a scacchi tra due differenti solitudini e nella critica al materialismo americano che ha tanto caratterizzato la scrittura di Wallace. «Lo scrittore deve vivere poco. Piuttosto, deve saper osservare. Siamo, più che altro, dei voyeur. Lo scrittore non è quello che balla al centro della pista, ma più l'osservatore ai margini, quello che nota le dinamiche immerso in un timido silenzio». Non perdete questo delicato ritratto di uno scrittore ai margini della pista.

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Emanuela Cerri (www.pianetadonna.it)
09.02.2016
Un film che è una sorta di storia d'amore a senso unico, un viaggio del quale possiamo vedere le foto ma del quale possiamo ascoltare i ricordi di un solo partecipante, ma non gliene facciamo una colpa, anzi lo ringraziamo per aver tenuto quelle cassette in una scatola. Per aver aspettato. Non lo avremmo fatto tutti se le avessimo avute quelle cassette? Chi ha la fortuna di aver conosciuto la bellezza, di aver conosciuto il genio, di essercisi riflesso, alla fine deve sollevare il coperchio di quel vaso di Pandora. E The end of the tour è questo, "la miglior conversazione" che vi capiterà di ascoltare (di nuovo).

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Marco Triolo (www.film.it)
09.02.2016
È encomiabile come The End of the Tour non cerchi di costruire una narrazione hollywoodiana sulle premesse reali, o per lo meno la rielabori con una leggerezza di tocco esemplare e la nasconda molto bene tra le righe. Tutto è basato su una lunga conversazione che Lipsky ha registrato, e Ponsoldt rimane su quella per buona parte del tempo, senza gonfiare gli eventi con un'epica non richiesta. Dunque si parla di letteratura, di TV e cinema, del ruolo di un autore, del rapporto con la fama, tutte cose che Wallace si è trovato a dover affrontare dal suo singolare punto di vista: quello di un uomo estremamente intelligente affetto da depressione cronica, che riusciva a malapena a tenere a bada quel tanto che bastava per essere produttivo. Lipsky è in un certo senso il suo opposto, un uomo mediamente intelligente ed erudito, scrittore non certo geniale come il collega, ma molto più abile nei rapporti sociali e dunque decisamente più in pace con se stesso.

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Serena Concato (www.cinefilos.it)
09.02.2016
Un botta e risposta tra due menti brillanti che ci raccontano la figura dello scrittore David Foster Wallace.

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Gabriella Armaro (www.myreviews.it)
09.02.2016
il film è bello, è commovente a tratti e ironico, sottilmente ironico, di quell’ironia che, inconfondibile, apparteneva a Wallace. È profondo e sentito e per tutti coloro che hanno sempre amato i suoi romanzi è una possibilità per trattenere e custodire gelosamente un raro ritratto dello scrittore.

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Marco Minniti (quinlan.it)
09.02.2016
Il problema principale di The End of The Tour, in effetti, sta proprio nella sua difficoltà a penetrare i meandri di una mente geniale quanto complessa: il volto di Segel (la cui prova è sicuramente pregevole) resta a suo modo un mistero, espressione di un di più, di uno scarto di senso, con cui il film non riesce compiutamente a confrontarsi. Le lacrime che vediamo scorrere, nel finale, sul volto di Eisenberg (che qui ci sembra più in difficoltà che altrove, in un ruolo tutt’altro che facile) mentre riascolta le conversazioni con l’amico appena scomparso, restano espressione della stessa incognita: una personalità che la sceneggiatura non narrativizza, non rende leggibile per lo spettatore, ma sceglie di lasciare (comodamente) nel recinto dell’icona. Lacrime, quindi, che non arrivano affatto (e qui è un limite) al cuore di chi guarda.

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Federico Boni (www.cineblog.it)
09.02.2016
Consapevole della centralità dei due attori Ponsoldt fa un passo indietro, lasciando ai bravissimi Jesse e Jason il compito di costruire e trainare la pellicola. Intimo ma incalzante, perché mai banale nello sviscerare tutti i dubbi esistenziali che poi probabilmente portarono Wallace al(l'annunciato) suicidio, The End of the Tour è un inconsueto 'road movie', perché incentrato su un viaggio introspettivo durato 5 giorni e 4 notti, seminato di incomprensioni, confessioni mai svelate, paure terrene, fragilità nascoste e sfuriate. Un viaggio a ritroso in quegli anni '90 in cui la tentacolare 'rete' era ancora una lontana e sinistra visione, anni in cui un complessato scrittore che si riteneva banalmente 'normale' (e non un 'genio) divenne improvvisamente autore di culto per un'intera generazione, tanto da non sopportarne il peso e farla finita dopo poco meno di 20 anni.

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Federico Gironi (www.comingsoon.it)
09.02.2016
Più che un film biografico, o un omaggio a DFW, il film di James Ponsoldt – basato sull'omonimo libro di Lipsky che raccontava della settimana trascorsa assieme all'autore di "Infinite Jest" per un pezzo da pubblicare su “Rolling Stone” – è  un road movie dove si racconta in maniera piuttosto esplicita della voglia dell'intervistatore di essere intervistato, del senso d'inferiorità che provava nei confronti di quel quasi coetaneo così più bravo e intelligente di lui. Solo che trovarsi di fronte Wallace non era come trovarsi di fronte un qualsiasi scrittore di successo arrogante e pieno di sé, ma dover fare i conti con un uomo complesso e fragile, che faceva sinceramente “tesoro dell'essere un tipo normale”, e che alla fin fine avrebbe forse voluto lui stesso essere nei panni dell'altro, per sfuggire alle pressioni della fama e alle sue lusinghe.

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Alessia Starace (movieplayer.it)
09.02.2016
Due eccellenti interpreti e una sceneggiatura intelligente e anticonvenzionale per un ritratto affettuoso e toccante dell'autore di Infinite Jest.

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Marianna Cappi (www.mymovies.it)
09.02.2016
Sottilmente, sotto una superficie lineare e senza dossi, il film impasta anche parecchia materia creativa, non solo citando l'infinito volume del tour in alcune parti, ma facendo, per esempio, un uso del linguaggio tutt'altro che comune per un'opera cinematografica che aspira ad una platea universale, comprensiva di chi (ancora) non conosce il personaggio in questione.

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Martina Ponziani (www.vertigo24.net)
09.02.2016
Se allora la strada del ritratto fedele non è percorribile, il regista sceglie bene di guardare altrove, ovvero a ciò che comporta essere una figura così al di sopra della media da essere idolatrata ed imitata da qualcun altro. Viene messo in scena l’eterno conflitto tra il genio ed il mediocre, dove il primo cerca di livellarsi con il mondo per sentirsi meno solo ed il secondo arranca dietro non riuscendo mai ad avvicinarsi abbastanza. Il tutto è giocato sullo sfondo di quelli che sono i temi cari alla narrativa ed alla saggistica di Wallace (vedi il ruolo dell’intrattenimento sulla cultura americana) segno chiaro che il regista James Ponsold ha studiato e lo ha fatto anche bene. 

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Mirko Lomuscio (www.youmovies.it)
09.02.2016
Memoriale vero e proprio nei riguardi di una mente letteraria dei nostri tempi recenti, The end of the tour è un sentito omaggio ad un personaggio emblematico ricco di sfaccettature e di sottotesti interessanti. Ponsoldt qua ha del materiale interessante, come anche lo script di Margulies, e consapevole di ciò sfrutta appieno ogni singola sfumatura malinconica che i ricordi di Lipsky hanno in serbo; ogni momento o scambio di battute sembra di viverlo con loro, a quei tempi, potendo così assaporare il contesto particolare che si stava vivendo all’epoca, nella seconda metà degli anni ’90.

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Rosa Maiuccaro (www.newscinema.it)
09.02.2016
I dialoghi incalzanti e le emozioni che le loro conversazioni sono in grado di suscitare fanno di The End of the Tour non solo un’occasione imperdibile per approfondire la conoscenza della “mente più brillante della sua generazione” ma soprattutto per riflettere sul confine tra arte e realtà, tra artista e uomo ed esplorare i sentimenti e i pensieri più reconditi di entrambi.

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Michele Parrinello (www.persinsala.it)
09.02.2016
Non sapremo mai quanto ci sia di vero e quanto di speculativo in The end of the Tour, sta di fatto che si tratta di un prodotto brillante, intenso e non convenzionale, oltre a essere un bilanciato e accorato tributo, prima che all’autore, all’uomo che ne vestiva i panni.

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