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Daniele Massironi (blog.screenweek.it)
02.02.2016
Questo è il Tarantino che non scende ad alcun tipo di compromesso, che elimina l’eroe per cui fare il tifo con facilità (sono tutti Hateful) e di conseguenza qualsiasi tipo di empatia o identificazione. I personaggi così estremi e opposti gli uni agli altri combattono prima con le parole e soprattutto con le menzogne, l’arma più temibile, e poi con altro. È l’odio, per lo straniero e il diverso (popolo, razza, cultura, politica), a portare al classico bagno di sangue tarantiniano, un odio alimentato dai pregiudizi e coltivato da bugie che teoricamente dovevano servire per tamponare una situazione incerta. Giustizia, razzismo, violenza di frontiera: è un film più politico di Django e forse di qualsiasi altro titolo della filmografia del regista. Attenzione inoltre a non scambiarlo per “teatro filmato“: non si tratta di una pièce, ma di grande cinema.

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4 Una pièce immersiva capace di renderti comparsa e n...
4 Una pièce immersiva capace di renderti comparsa e non mero spettatore. Ho dato il mio voto a The Hateful Eight | #TheHatefulEight :

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Roberto Nepoti (www.repubblica.it)
04.02.2016
Se non tutti lo ameranno, i fan non ne saranno delusi: la regia è fluida e sapiente; gli interpreti perfetti; la colonna sonora di Ennio Morricone (candidata all'Oscar), geniale.

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Anton Giulio Onofri (www.close-up.it)
04.02.2016
Questo film non è “solo” il consueto gioco delle scatole cinesi: basterebbe vederlo una seconda volta per godersi il “vero” gioco che si nasconde dietro tanta monumentale abilità nel racconto e nell’efficace illustrazione degli aventi, un gioco ahimè spacciato per facile e di cui in troppi si credono esperti, ma evidentemente riservato a pochi selezionati “solutori più che abili”, che è il grande e meraviglioso gioco DEL CINEMA. Stavolta più crudele, disincantato del solito, e imbevuto di un nero e grottesco pessimismo anti-americano, motivo per il quale l’Academy ha deciso di escludere dalla corsa agli Oscar (salvo le candidature alla fotografia di Robert Richardson, alla colonna musicale di Ennio Morricone, e alla stupefacente prestazione attoriale di Jennifer Jason Leigh) quello che probabilmente resterà il film più bello e più importante di quest’anno.

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Andrea Rurali (www.cineavatar.it)
04.02.2016
Con il glorioso Ulta Panavision 70 Tarantino ha voluto imprimere alla pellicola un carattere maestoso ed imponente, puntando sul rispolvero di un formato che non nasconde le sue imperfezioni ma le palesa con totale fierezza e spontaneità. Ed è proprio dietro questa devianza dalla perfezione che si cela la figura di un genio come Quentin Tarantino, fautore di una propria dottrina stilistica (e dei suoi seguaci, i tarantiniani) nonché umile esponente dell’arte che sente il bisogno risorgente di condividere le sue emozioni con il pubblico e lasciarsi trasportare con loro in quel fantastico universo chiamato cinema. The Hateful Eight è la sua ottava meraviglia, un nuovo testamento racchiuso in un capolavoro. Chapeau Quentin!

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Silvia Ricciardi (www.mauxa.com)
04.02.2016
The Hateful Eight presenta, dunque, una lucidità nella scrittura che corre verso una progressiva rivelazione dei personaggi e del macabro senso di giustizia che essi desiderano rappresentare. Un’accurata selezione di dettagli registici, mista ad una recitazione intensa e provocatoria, come ad esempio quella messa in mostra da una potente Jennifer Jason Leigh, inserisce quest’ennesima prova firmata da Quentin Tarantino tra i film più apprezzati del regista.

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Paolo Nizza (cinema.sky.it)
04.02.2016
Grazie a Tarantino, il cinema torna a essere la morte al lavoro in in quei 24 fotogrammi al secondo, che il formato ultra panavison trasforma in un crepuscolo degli dei, da cui nessuno puo sfuggire. Neppure lo spettatore, rapito dai dettagli enfatizzati dalla pellicola 70 millimetri, abbacinato da tutte quelle parole affilate come lame. E non ci si accorge di aver trascorso tre ore immersi negli abissi della natura umana.  Con il rischio di finire all'inferno, magari spediti dalla  Daisy Domergue interpretatada  Jennifer Jason Leigh. Una belva dagli occhi ferini con un biglietto di sola andata per il patibolo. Una forte femmina folle, percossa e ma domata. Una  testimonianza autentica di ciò che diceva  Anthony Mann: "Senza una donna un western non funzionerebbe."

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Alessandro Tavola (farefilm.it)
04.02.2016
The Hateful Eight è la summa (ma, si badi, non il capolavoro) del suo autore, della (non solo) sua concezione di cinema, dove teoria e pratica si comprimo fino a scomparire nell’inafferrabile sensazione del portento visivo, un film che si vorrebbe assorbire, con la sua immensa lucidità capace di oscurare altre decine di visioni.

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Mirko Lomuscio (www.youmovies.it)
04.02.2016
Difatti nel profondo della morale (la diffidenza e la paranoia dilagano, come anche la manipolazione dei caratteri umani) e alla superficie di ciò che vediamo (un gruppo di persone bloccate in una tempesta di neve, per lo più uomini) l’opera che sembra più essere presa in considerazione da Tarantino qua non è né un western né un giallo, bensì l’horror La cosa di John Carpenter, del quale The hateful eight sembra essere una versione ambientata nel far west, tant’è che ne condivide protagonista (Russell) e musicista (Morricone stesso per l’occasione ha riadattato alcuni brani esclusi dall’opera di Carpenter). Lì sta il genio di Tarantino: volgere lo sguardo dello spettatore verso una direzione mentre in verità lo si sta portando in ben altre parti, o meglio generi cinematografici. Cosa che ogni regista dovrebbe saper fare.

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Luca Marra (it.ibtimes.com)
04.02.2016
La cosa che consola di più del Tarantino maturato degli ultimi suoi tre film è che sembra sempre divertirsi nel girare ma in modo più approfondito e agganciato a temi reali, di spessore. Non fa film per crogiolarsi in un genere o nei migliaia di generi del suo percorso cinefilo. Non è più solo il citazionista creativo (come alcuni detrattori lo hanno etichettato) ma è più pensatore. Difatti  a dare sostanza al grande lavoro iconico fatto su The Hateful Eight è ancora una volta una riflessione sulla “Nascita di una Nazione”, la sua, gli Stati Uniti venuta su da una mangrovia insanguinata e piena di contraddizioni. Se il Paese della Liberta ha visto la Schiavitù scellerata (Django Unchained) ora gli odiosi otto di Tarantino sono uomini animati da un concetto di "Giustizia" per loro basato sulla violenza: l’impiccagione, oppure la particolare e ben pagata pratica dei “cacciatori di teste” dove il far giustizia ha anche una resa economica, insomma pare che per i bizzarri protagonisti non esista Giustizia se non si passi su un cadavere. E tutto si consuma e  si sublima in un impressionante finale di un film che è una grande esperienza.

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Marco Giusti (www.rollingstone.it)
04.02.2016
Vi dico però che è un film dove Tarantino gioca con se stesso e con il suo cinema, non solo con quello che ama. Usa lo spaghetti western per dare maggior forza ai suoi personaggi, ma pensa profondamente al cinema americano, da Howard Hawks a Delmer Daves, e alla società americana di oggi, alla sua violenza. Non è affatto un film pacificato, ma un film dove non si fanno sconti a nessuno. Anche nella violenza, come al solito, non si risparmia in ironia e trovate quasi da cartoon classico, alla Tex Avery. È un film corale, dove nessun attore è davvero più importante rispetto all’altro. È anche un film molto libero, al punto che alla fine di uno dei sei capitoli, non vi dico quale, lo stesso Tarantino entra con la sua voce in campo, racconta come stanno le cose e spiega con un flash back sosa è davvero accaduto. E come se non bastasse a questo punto il film diventa un vero e proprio giallo. Ma non lo è affatto. È sempre e soltanto un western americano camuffato da spaghetti western che nasconde una profondità horror fantascientifica sul tipo di La cosa, che la musica di Morricone, in parte ripresa da quel film di Carpenter, esalta. Ma alla fine è anche qualcosa di più profondo e di ancora più libero. Per questo difficilmente vincerà gli Oscar maggiori. Ma è un grandissimo film.

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Carolina Tocci (www.movielicious.it)
02.02.2016
Tarantino gode nel cucinare personaggi e spettatori a fuoco lento, continuando a fare quello che ama, ovvero cinema che non risponde ad alcuna codifica, che è degenere più che di genere e, nel mostrare una sorprendente maturità nel modulare la narrazione (ma questa non è una novità), dirige quella che strutturalmente e concettualmente è la sua pellicola più complessa. Ancora una volta veniamo chiamati ad assistere a un perfetto esempio di cinema della conversazione che si poggia sulla scrittura del superfluo in cui le divagazioni sono la norma e quello che ogni sceneggiatore tradizionale taglierebbe, la peculiarità dello stile unico e difficilmente imitabile di mr. T.

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Maria Giorgia Vitale (www.roarmagazine.it)
02.02.2016
The Hateful Eight è teatro, con colpi di scena che si susseguono allo scoccare delle dita, in modo imprecisato. Non te l’aspetti, eppure arriva in attimo. È cinema allo stato puro con la tensione che trapela dai primi piani e dall’apparente immobilità degli attori. È politica, con la guerra messa in scena e una lettera di Abraham Lincoln “scritta ad un nero”. [...] È omaggio alla letteratura di Agatha Christie ed è omaggio al grande cinema italiano di genere. Sboccato e dissacrante, assurdo e cinico. The Hateful Eight è tutto questo e tanto altro ancora.

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Emanuele Manco (www.fantasymagazine.it)
02.02.2016
Nel caso di The Hateful Eight io preferisco rimanere in una posizione di mezzo. Non lo considero la sua opera migliore, ma sicuramente un bel film, da vedere e rivedere, da analizzare e destrutturare, ma anche da godersi per quello che è, grazie anche a un cast quasi perfetto, e alla perfetta simbiosi con la partitura musicale di Ennio Morricone che, con grande mestiere, attinge più alla sua capacità di creare tensione e suspense che alle tematiche dei western-spaghetti di Sergio Leone che lo resero famoso.

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Serena Betti (www.vertigo24.net)
02.02.2016
Il cinema può usare i suoi mezzi e attingere dalla realtà per riprodurla o per crearla. Tarantino predilige ancora una volta la seconda opzione, realizzando un film che può essere definito solo “tarantiniano”. Il regista si prende le sue libertà: inizia con un ouverture, prevede un intervallo, si inserisce nella narrazione e, ovviamente, se ne infischia del politically correct. Dialoghi incendiari e volgari, violenza sanguinolenta, storia non lineare, divisione in capitoli e un macabro umorismo: tutto quello che ha fatto amare il regista e sceneggiatore americano ai suoi ammiratori torna in The Hateful Eight in tutta la sua forza.  Queste, però, sono le stesse ragioni per le quali il film, probabilmente meno commerciale di Django Unchained, potrebbe non riscuotere il consenso di una certa parte del pubblico. Ma si sa, non è certo l’approvazione ciò che cerca Tarantino.

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Lorenzo Pietroletti (www.movietele.it)
02.02.2016
The Hateful Eight è un capolavoro di scrittura perchè dura tanto ma grazie a soggetto e sceneggiatura forti tiene lo spettatore attaccato allo schermo. Colonna sonora meravigliosa firmata Morricone e cast eccezionale.

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Riccardo Iannaccone (www.supergacinema.it)
02.02.2016
Tarantino omaggia Agatha Christie e le sue opere color giallo, strizza l’occhio a Carpenter, stravolge l’epicità del suo sotto-genere cinematografico preferito e lo fa con una maturità impressionante. Quasi impossibile da decifrare. Le riprese, cuore pulsante dell’opera (insieme alla sceneggiatura) tolgono il respiro mentre Samuel L. Jackson, in versione Chagall, dipinge senza sosta il quadro che ha tra le sue mani, tra sguardi che bucano lo schermo e "quote" che presto entreranno di diritto nella storia. Il resto (e mai termine fu più errato, lo ammettiamo) sono la colonna sonora monumentale firmata da Ennio Morricone ed un cast (Jennifer Jason Leigh, Kurt Russell e Walton Goggins su tutti) che estrapolando il sapore teatrale dal testo di partenza di Quentin inchioda lo spettatore alla poltrona per oltre tre ore. Tempo che vola via in un battito di ciglia, insieme alla speranza che la follia tarantiniana si prolunghi e non trovi mai pace.

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Marco Donati (www.ecodelcinema.com)
02.02.2016
I personaggi, come in ogni film di Tarantino, calamitano l’attenzione su di sé, sulla propria iper-caratterizzazione estetica e stilistica: le parole volano con ritmo incessante, si scambiano, si sovrappongono, finché qualcuno non finisce per monopolizzarle. La compressione spazio-temporale va ad enfatizzare la ricchezza espressiva della sceneggiatura, che lavora sulla tensione dialettica e alterna gli scambi di battute alle esplosioni di violenza, col passare dei minuti sempre più intense, secondo un accrescimento graduale e sistematico dei livelli di svelamento narrativo e coinvolgimento emotivo. Una compressione peraltro valorizzata dall’utilizzo della pellicola 70 mm, che garantisce la precisa focalizzazione di ogni dettaglio scenografico e uno studio meticoloso sulla disposizione e sull’interazione dei personaggi in uno spazio molto limitato.

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Cristina Resa (www.loudvision.it)
02.02.2016
Il film, probabilmente, pecca un po’ di lunghezza e verbosità, ma la storia si prende il tempo necessario per preparare l’esplosione di sangue e violenza da cinema d’exploitation che non giunge certo inaspettata (e, per quanto mi riguarda, è stata molto apprezzata). Questa volta, però, la violenza del messaggio sembra quasi colpire più forte, in maniera inattesa: in questo grottesco spaccato del vecchio West, in cui non c’è spazio per gli eroi, sembra racchiusa una riflessione sugli Stati Uniti di oggi più feroce e complessa di quanto possa sembrare. Così, passato e presente si mescolano nel processo tecnico, come in quello narrativo, in un film densissimo, che gioca con i generi, cercando di parlare di molte cose diverse, senza mai dimenticare di essere, prima di tutto, un onesto intrattenimento per il pubblico.

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Davide Sette (www.newscinema.it)
02.02.2016
The Hateful Eight è forse la pellicola più intimamente politica della filmografia tarantiniana, una spietata riflessione sul sospetto e sulla diffidenza, dove lo straniero è sinonimo di minaccia e pericolo. La piccola e angusta ambientazione richiama la claustrofobicità di “quell’anello dell’essere” che ci stringe e non ci lascia fiato. E allora se, come affermato dal teologo francese Blaise Pascal, “burlarsi della filosofia è veramente filosofare”, allora prendersi gioco della storia, scherzare in maniera ironica e beffarda sulla violenza e sulla paura, significa riflettere concretamente su di esse, per una delle pellicole più belle e profonde del geniale e creativo regista americano.

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Aurelio Vindigni Ricca (www.cinefilos.it)
02.02.2016
L’omaggio definitivo al più impegnato Sergio Corbucci che, nonostante una prima parte un po’ ostica da digerire a freddo, una volta ingranata la marcia si fa inarrestabile e indimenticabile.

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Giorgia Lo Iacono (seesound.it)
02.02.2016
Quentin Tarantino torna alla regia con un "western da camera", sorretto da una scrittura densissima ma sapiente, capace di generare un crescendo narrativo e di tensione che coinvolge lo spettatore in un gioco dei sospetti dal quale si fa più che piacevolmente manipolare, per una celebrazione del grande cinema.

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Massimo Volpe (linkinmovies.it)
02.02.2016
Il grande cinema di Tarantino. Il lussuoso formato 70 mm Ultra Panavision, ormai praticamente in disuso, regala qualcosa che per il cinema moderno digitalizzato appare impossibile: una scena teatrale portata sullo schermo che avvolge e ti fa sentire sempre al centro della scena, grazie ad uno spettacolare gioco di piani i personaggi sono sempre sotto gli occhi di chi guarda, nulla può sfuggire allo spettatore, proprio come a teatro, dove la scena si offre nuda alla vista. Con questa scelta tecnica, fortemente voluta dal regista che, ahimè, non tutti potranno godere, il connubio tra cinema e teatro diventa perfetto, una simbiosi dove la sceneggiatura per la quasi totalità del film trasforma la storia in una colorita e drammatica rassegna di maschere umane.

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Pierpaolo Bonelli (cinetvlandia.it)
02.02.2016
Otto uomini chiusi in una stanza, una condannata manipolatrice, una taglia da 10 mila dollari da riscuotere e altri segreti da non rivelare sono la base di The hateful eight, un film poderoso, scritto magnificamente da Tarantino e recitato altrettanto bene da gruppo di attori che meglio non si poteva amalgamare. Anche i tempi cinematografici, decisamente più lenti e dilatati del solito, sono stati pensati in modo da far crescere la tensione per poi lasciarla deflagrare potente e devastante nella seconda parte. The hateful eight è un film importante per il cinema (come quasi tutti quelli della carriera di Tarantino) perché ancora una volta e forse più di ogni altra volta, riesce a rinnovare generi e stilemi senza abbandonare la tradizione.

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Raffaele Meale (quinlan.it)
02.02.2016
Girato nel “glorious 70mm”, The Hateful Eight di Tarantino prosegue nello scavo della storia statunitense, mostrandone il volto mai pacificato, barbarico e sudicio. Un kammersiel immerso nella neve, e nel sangue.

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02.02.2016
È evidente che a "The Hateful Eight" e alla sua missione non si può recriminare nulla, se non, forse, la mancanza di quel monologo folgorante che ci aspettavamo di trovare perché abituati troppo bene da un diverso passato: motivo per cui quest'opera è stata già identificata, da alcuni, come un tantino al di sotto (guai a dire minore) rispetto ai suoi fratelli. Ma come per una ragazza attraente che fa dei suoi difetti un arma in più per la seduzione, stesso discorso vale per questo film, visto e considerato che di fronte a un regista che mette in piedi un esperienza visiva ed emotiva del genere (in cui l'impianto teatrale è fondamentale), che rischia, che sfida sé stesso per compiacere e provocare il pubblico - riuscendoci infine - non si può far altro che dire grazie. Per cui grazie, caro Quentin. E torna presto!

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Davide Sica (www.cinemamente.com)
02.02.2016
The Hateful Eight è un’opera mutevole, che dal giallo classico alla Agatha Christie prende (in realtà abbastanza prevedibilmente) una deriva horror. La maturazione di Tarantino è evidente e probabilmente le uniche pecche del film risalgono proprio a questo. Padrone maturo del mezzo cinematografico, e ancor più del linguaggio, la disomogeneità di The Hateful Eight e alcuni momenti di stanca nei quali la durata abnorme di tre ore non sempre regge adeguatamente, sorgono più macchinosamente ragionati e meno puri rispetto a quelli presenti nei suoi primi capolavori, dove l’esuberanza sporca del giovane enfant prodige era molto più affascinante e giustificabile. Piccoli dettagli perché il film appassiona e incanta proprio a causa dello stupore consapevole col quale si può confermare l’incredibile e completa evoluzione di una delle icone del cinema post-moderno.

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Marco Albanese (stanzedicinema.com)
02.02.2016
Lontanissimo dallo sguardo democratico di Ford o dal revisionismo di Eastwood, così come dall’amarezza della sconfitta di Peckinpah e dello stesso Corbucci o dal senso dello spettacolo esasperato di Leone, Tarantino dimostra, ancora una volta, di non conoscere per nulla il genere che dichiara di amare. Ce n’eravamo già accorti in Django Unchained, ma qui è ancora più evidente: The Hateful Eight non è un atto d’amore al western, nè una riscrittura dei suoi codici, è semplicemente un pretesto per imbastire un kammerspiel brutale e sadico.

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Gianluca Arnone (www.cinematografo.it)
02.02.2016
Ignoranza, razzismo, sadismo, vengono generosamente offerti con una voluttà e una carica tale da farne irresistibile caricatura, ma il discorso non è sui litri di ketchup, sull’artificio più o meno esibito. E a pensarci bene non è nemmeno su quanto possa rivelarsi brutto il cuore di tenebra dell’America (sai che novità?). Vira semmai sullo sguardo, il nostro di spettatori. Su come i nostri occhi avidi, bramosi e spalancati si comportano al cospetto di immagini doppiate, trucide, truccate, eppure nascostamente  veritiere. Siamo lì, con loro. Tutta l’abilità tecnica, il quid tarantiniano per dire, è in questa irresistibile immersività della scena contro ogni assuefazione, contro ogni rumore bianco del mondo(visione). Siamo dentro, dunque. Ma dove siamo, realmente? Come ci poniamo, giudichiamo, sentiamo, fruiamo? È qui che il gran maestro d’ambiguità vince la partita più difficile. Riattivare la responsabilità di uno sguardo addormentato.

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Emanuele Martini (www.cineforum.it)
02.02.2016
Personalmente, credo che Tarantino sia più colto e magari anche più "impegnato" (alla sua maniera, ovviamente) di quanto vuole far credere e che questa volta, sotto sotto, abbia fatto la sua dichiarazione d'intenti più sconsolata (e legittima): dopo il femminismo (non sto scherzando) di Kill Bill, Jackie Brown e A prova di morte, dopo l'invito alla libertà di pensiero, parola, religione e cinema di Bastardi senza gloria, dopo l'antirazzismo di Django Unchained, ecco un film in cui invece sono tutti bastardi veri, non malinconici antieroi alla Peckinpah o vendicatori alla Leone o Eastwood. Bianchi, neri, donne, uomini, sudisti, nordisti, messicani, giovani, vecchi. Appunto, odiosi, tutti. Tanto vale che muoiano. E Abramo Lincoln con loro, vera o falsa che sia quella lettera che (e non sarà un caso) apre e chiude il film e che colloca gli otto luridi indifendibili assassini al centro dell'America di ieri e di oggi. In una notte sempre più silenziosa.

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Cristian Sciacca (www.blogdicultura.it)
02.02.2016
Il cinema di Quentin Tarantino – e The hateful eight non fa certo eccezione – è fatto di frammenti di un universo a sé stante, in cui vigono regole e convenzioni che hanno una base logica e coerente solo se stretti tra il regista stesso e l’occhio (e il background culturale) di chi guarda. L’ottavo film di Tarantino (e con Four Rooms scatta l’accostamento niente affatto casuale con 8½) è un porto franco in cui convergono elementi e tematiche ricorrenti della poetica tarantiniana, in un contenitore lungo quasi tre ore dominato come sempre dal fattore principale, la violenza. Un tour de force in cui le otto (e più) maschere si sbranano peggio che ne Le iene, leitomotiv di un esercizio di stile maturo e travolgente, visivamente caratterizzato dal mirabile contrasto tra il bianco della neve e i colori scuri dell’emporio in cui ha luogo quasi tutta la vicenda, nonché impreziosito dall’evocativa soundtrack firmata Morricone candidata all’Oscar. Un po’ tragedia elisabettiana, un po’ Le iene, The hateful eight è inoltre palese debitore, per struttura e utilizzo delle maschere, dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, con la differenza che anziché a Nigger Island, ci si trova in un emporio sperduto del Wyoming.

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Simone Bravi (www.staynerd.com)
02.02.2016
L’ottavo film di Quentin Tarantino è un film che non parla di vendetta ma dell’istinto più recondito dell’essere umano, sia esso bianco o nero, nordista o sudista, sceriffo o fuorilegge: la sopravvivenza. Una maratona di tre ore nel culto dell’ideologia tarantiniana. The Hateful Eight rompe le barriere del suo genere d’appartenenza: lo ingabbia e lo sguinzaglia, lo rispetta e lo calpesta senza soluzione di continuità. L’aria della frontiera però si respira forte e ci rimbomba nelle orecchie grazie al nostro orgoglio nazionale, il maestro Ennio Morricone, stavolta al servizio di un altro grande maestro del cinema mondiale, uno che ormai può permettersi di fare tutto e il contrario di tutto. Questa pellicola ne è la dimostrazione lampante.

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Laura Cappelli (www.pianetadonna.it)
02.02.2016
Poesia, politica e pulp. (Auto)citazioni e omaggi. 3 ore dense di bluff, sguardi, morti ammazzati, giustizia e vendetta. Le Iene vanno alla guerra di Secessione. E portano a casa un grandissimo film.

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Marco Alocci (www.myreviews.it)
02.02.2016
Scandito dall’inizio alla fine dalle maestose musiche del maestro Ennio Morricone, che con “L’ultima diligenza per Red Rock” tocca punte altissime di composizione musicale, il film scorre fluidissimo in tutte le sue fasi. Le musiche non sono una semplice riproposizione del tema western, ma si scuriscono quando necessario cogliendo tutte le sfumature che Tarantino offre. Ciò perché in The Hateful Eight c’è tutto, ma un tutto limitato all’universo d’immaginazione tarantiniana (che immaginiamo comunque molto vasto): non c’è quel più che a qualcuno aveva fatto storcere il naso in Django, ma c’è l’esagerato che, con il regista del Tennessee, non è mai esagerato. Sindacabile o meno, a tenere legato ogni aspetto del film è l’unico senso comune di giustizia, giustizia più o meno condivisibile che, come quella “giustizia” del “furiosissimo sdegno” che lo stesso Jackson si prometteva di far cadere, citando le Scritture, su chi si fosse frapposto tra lui ed “i suoi fratelli”. Giustizia rievocata e messa in atto con scene forti, crude, brutali, sanguinarie, aberranti e, perché no, disturbanti. Ma è la meravigliosa e affascinante giustizia tarantiniana, dopotutto.

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Davide Cantire (sentireascoltare.com)
02.02.2016
Il Kammerspiel messo in scena, oltre alla sua valenza simbolica, acquista i modi e i tempi del ritmo cinematografico tarantiniano, mai così dilatato, mai così caldo e rassicurante nella preparazione di un’imminente esplosione, mai così claustrofobico (i 70 mm permettono allo spettatore di sentirsi pienamente parte del gruppo di odiosi, quasi si trovasse all’interno di quel maledetto emporio), mai così vero. Un cinema, sì attento e devoto verso alcuni dei nostri più grandi maestri – lo dimostra la dedizione con cui, felice come un bambino, incasella la perfetta colonna sonora di Ennio Morricone – ma celebrativo del glorioso western americano con Peckinpah e Ford ai massimi vertici.

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Paolo Mereghetti (www.corriere.it)
02.02.2016
Dovremo sorbirci tre ore di interminabili dialoghi, compiaciuti e francamente poco divertenti, dove l’unica cosa che interessa a Tarantino sembra la distruzione di ogni possibile mitologia, western o nordamericana fa poca differenza (ne fa le spese anche Abramo Lincoln). Ma senza un vero perché. E soprattutto senza un vero interesse.

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Roberto Vicario (gamesurf.tiscali.it)
02.02.2016
The Hateful Eight è un film bellissimo e appassionante. Un prodotto che trasmette la perfezione che Tarantino ha voluto portare all'interno di questo progetto in termini di scrittura, inquadrature musica e fotografia. Una trama fitta, articolata ed estrmamente appassionate, ma lontana dal concetto di cinema moderno. Proprio per questo il film, potrebbe non piacere a tutti, ma se riuscirete ad entare in sintonia con la sceneggiatura, vi assicuriamo che ci troverete molto più di quello che in apparenza trasmette.

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Silvia Ricciardi (www.gamesvillage.it)
02.02.2016
Non si può non soffermarsi sulla compattezza di un’opera cinematografica che parte quasi prosaicamente con dialoghi semplici, ma allo stesso tempo intimi, che indagano a fondo paure a vanità dei protagonisti, per poi salire in rapida ascesa verso un ritmo più incalzante e proprio del giallo, volto a scoprire chi è che mente e chi, se esiste, dice il vero. Con un equilibrio delle parti che cade vorticosamente in un finale a colpi di scena, oltre che di pistola, The Hateful Eight regala una mistura di antico e moderno, riflettendo sul distacco dalla pena inflitta che qualsiasi forma di giustizia dovrebbe sancire, finendo con il chiedersi se esista veramente il modo di ottenere reale giustizia.

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Stefano Dell'Unto (www.mangaforever.net)
02.02.2016
L’uso del 70 mm non è affatto sacrificato dalla sottrazione di spazi del rifugio in cui è ambientato il film e lo sguardo registico, che parte spesso dalla soggettiva dei personaggi, è sempre comunicativo e descrittivo. Evocative e cariche di tensione le musiche del leggendario Ennio Morricone. Uno dei migliori film di Tarantino che trascina il pubblico in 168 minuti di grandissimo cinema.

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Gabriele Capolino (www.cineblog.it)
02.02.2016
Nel teatro della Storia, la gente entra nelle vite altrui cambiandone la rotta. The Hateful Eight è il 'side B' di Django Unchained: meno ovvio e immediato. Ma come spesso accade (vedi anche Jackie Brown e Death Proof) è nei 'side B' dei suoi film più famosi in cui si trova la vera anima del cinema di Quentin Tarantino.

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Giorgio Viaro (www.bestmovie.it)
02.02.2016
Andate in sala e armatevi di pazienza (e programma), il film dura tre ore ed è quasi ininterrottamente dialogato, poi ogni promessa viene mantenuta. Vedere The Hateful Eight è come stringere un patto, e a nessuno piacciono i traditori: sapete che fine fanno nei western.

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Mattia Pasquini (www.film.it)
02.02.2016
In questi giochi mentali, oltre che in certi virtuosismi tecnici e cinematografici sta il piacere di questo "8vo" lavoro di Quentin Tarantino: un film logorroico e violento, di montaggio e caratterizzazione di personaggi (su tutti, non ce ne vogliano gli altri, Jackson, Jason Leigh e il bietolone Goggins), dalla regia preziosa anche se narcisistica e dalla splendida e convincente e onnipresente musica di Ennio Morricone, classico ed emozionante e funzionale e protagonista come nelle sue prove migliori.

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Luca Liguori (movieplayer.it)
02.02.2016
The Hateful Eight è tutto questo: è un thriller, è un horror, è un western, è un omaggio ai grande classici del cinema americano e di quello italianissimo di Sergio Leone e Sergio Corbucci, è un film divertente ed un film esaltante. Ma è anche e soprattutto un film serissimo di un regista ormai inconsapevolmente maturo e politico; un regista che, anche quando vorrebbe solo dedicarsi alla sua sana passione cinefila, non riesce a fare a meno di dire la sua. E, anche per questo, non è mai banale.

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Gabriele Niola (www.badtaste.it)
02.02.2016
Filmato in 70 gloriosi millimetri lo scenario reagisce, paradossalmente, meglio al colore e alla dinamica della pellicola in interno che in esterno (il paragone con Revenant, girato in digitale in ambienti simili è impietoso). Verso la fine, quando i volti si fanno luridi, lucidi e sporchi di sangue l’impressione è che Tarantino ci sia riuscito, che davvero sia riuscito a fare un film uscito da un’altra epoca, che il costume dello spaghetti western sia stavolta impeccabile e con quello indosso possa adesso fare di tutto, possa viaggiare nel tempo verso stili antecedenti o toni successivi. Fin dall’inizio, fin dai cartelli con i titoli dei capitoli, l’immagine trema (ce lo siamo dimenticati ma è sempre stato così con la pellicola, è il digitale che invece porta un livello diverso di stabilità dell’immagine) e si ha l’impressione di essere davanti a qualcosa di fuori dalla modernità, a materiale d’archivio. I colori, i toni del legno delle sedie, del colore rosso sui tavoli, ma anche la maniera in cui la luce rimbalza su tavoli o vestiti (una fissa di Robert Richardson da sempre, il riverbero) non asseconda i principi digitali ma quelli analogici. È una questione di minuzie ma la differenza si vede. Non è tanto la risoluzione dei 70mm ma la qualità e la pasta a contribuire al più alto, sofisticato, ardito e sperimentale dei B movies anni ‘70. E l’ha fatto Tarantino.

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Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)
02.02.2016
Pièce western che concilia autorialità e blockbuster e prosegue il processo di politicizzazione del grande cinema di Tarantino.

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Federico Gironi (www.comingsoon.it)
02.02.2016
Con un film come The Hateful Eight, allora, Quentin Tarantino si conferma davvero l'altra faccia di Paul Thomas Anderson, della medaglia di un cinema americano che ragiona su se stesso, sul suo passato e sul suo futuro. Sul suo territorio e il suo materiale. E mentre ci adeguiamo al valzer di gesti e dettagli, di parole e movimenti sapientemente orchestrato in quello spazio, su quel terreno, è dolce naufragare dentro il racconto di una moderna Sherazade, capace di generare storie dalle storie, e su altre storie e sulla Storia. Perché, come Sherazade, anche per Tarantino il racconto, e il raccontare, e il cinema, significano vita. Il gioco, questa volta, è quello della pazienza, lo dicono loro stessi. Perché il racconto è bello quando lo si può godere così, senza fretta.

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Lucia Mancini (www.filmforlife.org)
02.02.2016
Con questo suo ottavo lavoro, Tarantino si conferma infiammato autore e creatore di oggetti d’arte che, mentre offrono uno spassionato tributo a tutto ciò che il cinema ha regalato, afferrano lo spettatore e lo percuotono: che sia esplodendo come un colpo di fucile o erompendo come un fiotto di sangue, nulla si può fare se non arrendersi. Ed è allora che la visione diventa contemplazione.

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Boris Sollazzo (www.giornalettismo.com)
02.02.2016
Le quasi tre ore (ouverture e intervallo esclusi) di The Hateful Eight ti tengono sulla poltrona, perché anche questo bignami teatrale tarantiniano ti basta per essere intrattenuto, perché ormai siamo tutti adepti che esultiamo alla liquefazione del sangue di San Gennaro, perché un suo film è come Natale: anche se i regali non sono granché, vuoi mettere la magia. Solo lui può regalarti un 70mm in un momento in cui si pensa e si desidera in digitale, solo lui sa trattare attori e sceneggiature in modo che ti annoino, ma con brio. E pazienza se non è Le Iene, Pulp Fiction o Jackie Brown. E neanche Django Unchained, che non era un capolavoro ma un gran gioiello. Tanto non è forse l’attesa di Tarantino, e poi la sua apparizione, essa stessa Tarantino.

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Marco Lucio Papaleo (cinema.everyeye.it)
02.02.2016
The Hateful Eight è, salvo sorprese "involutive" future, l'opera che segna la maturità autoriale di Quentin Tarantino, che sembra aver fatto pace con la sua solita autoreferenzialità e coi colpi di testa imprevedibili che hanno da sempre segnato il meglio e il peggio del suo cinema. Continuiamo a preferire i film degli esordi, ma la storia degli Odiosi 8 è, a conti fatti, un'opera più compiuta di Django Unchained e Bastardi senza gloria, seppure meno artistica e divertente, più prevedibile forse, ma realizzata con grande maestria e impreziosita da un cast formidabile e da un'ottima colonna sonora (ma quelli sono sempre stati punti fermi dei film tarantiniani, del resto). Chi già ama il cinema dell'autore statunitense non potrà che adorare anche questo.

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Jamie Graham (www.gamesradar.com)
02.02.2016
The Hateful Eight marchia il genere western con un enorme "QT". C'è tutto quello che ci si aspetta da un film di Tarantino ed altro ancora. Saltate in sella.

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Peter Bradshaw (www.theguardian.com)
02.02.2016
Tarantino ha creato l'ennesimo film intelligente ed incredibilmente elegante, un western di matrice jacobiana, intimo eppure stranamente colossale, rilasciando ancora una volta in sala la sua malsana tipologia di protossido di azoto pazzo-divertente-violento.

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Matt Singer (screencrush.com)
02.02.2016
Coloro che saranno disposti a dedicare al film il loro tempo, troveranno un'opera che è al tempo stesso splendida ed orrenda, divertente e scioccante, ed anche, di tanto in tanto, meditativa.

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Alonso Duralde (www.thewrap.com)
02.02.2016
The Hateful Eight [è] un piacevole pezzo teatrale guidato dal dialogo — con l'occasionale fucilata alla testa.

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02.02.2016
Non c'è assolutamente alcun dubbio riguardo chi abbia scritto i dialoghi elaborati, pungenti e spesso divertenti che l'ottimo cast mastica e sputa con ovvia soddisfazione, o chi abbia allestito l'ininterrotto bagno di sangue che zampilla liberamente durante la parte finale.

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Tim Grierson (www.screendaily.com)
02.02.2016
"Questo gioco è chiamato pazienza," un personaggio suggerisce ad un altro durante la terza ora de The Hateful Eight, e queste sono sagge parole che chiunque stia per guardare l'ottavo film di Quentin Tarantino dovrebbe tenere in considerazione, perché il regista ha, in un certo senso, architettato la sua opera più audace: un film da camera lento e contemplativo che inizia a rivelare solo gradualmente le sue ambizioni grandiose e violente.

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02.02.2016
Alla pari di Bastardi senza gloria e Django Unchained, The Hateful Eight parte in sordina, ma la ricompensa finale è enorme, audace e impregnata di sangue.

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Peter Debruge (variety.com)
02.02.2016
Il film fa assolutamente il suo dovere nel donare ai fan dei momenti di vero e proprio piacere, da dialoghi col botto a scontri in procinto di esplodere.

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