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Carlo Andriani (www.newscinema.it)
30.03.2016
Race è così un’opera di forte impatto che affronta il genere biopic con la stessa intelligenza del cinema americano di un tempo. Quello che manca è un pizzico di coraggio ma Race resta un ottimo inizio per conoscere un lato autoriale inedito di Stephen Hopkins; un regista che sicuramente ci regalerà grandi sorprese negli anni a venire.

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Daniele Buzzurro (amazingcinema.it)
30.03.2016
Dramma sportivo e biografia piena di luci ed ombre la storia di uno dei più famosi personaggi del mondo dello sport olimpico. Film piacevole e godibile, pur non potendo essere considerato eccezionale.

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Augusto D'Amante (www.mondofilm.it)
30.03.2016
Race – Il colore della vittoria esalta, come giusto che sia, i valori dello sport, ma si dimentica di donare al suo pubblico dei personaggi in cui rispecchiarsi, cosa importante soprattutto per quei film che raccontano storie di uomini o donne realmente esistiti. E così Stephan James ci regala un Owens che è più una macchina da guerra, un corpo capace di sfrecciare con grazia e precisione sulle piste dello Stadio e che sin da subito è dipinto come un eroe, un punto di riferimento irraggiungibile. Nemmeno il rapporto che Owens stringe con il suo allenatore Larry Snyder (Jason Sudeikis) viene approfondito in quella chiave psicologica che potrebbe permettere al film di toccare ancora di più nel profondo le emozioni del suo pubblico.

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Cecilia Strazza (www.cinefilos.it)
30.03.2016
Quando poi il melò si intreccia alle ragioni storiche, il film perde ritmo trasformandosi nel più mediocre dei racconti, e il percorso di Jesse Owens, un eroe la cui impresa ha scritto pagine memorabili e di per sé perfettamente sceneggiate, traduce per il grande schermo l’ennesima patetica storia d’amore e riscatto.

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Marco Minniti (quinlan.it)
30.03.2016
Race – Il colore della vittoria si rivela debole sia come puro biopic, che come descrizione di una vicenda umana e sportiva che assumerà un forte valore simbolico.

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Angela Parolin (www.filmforlife.org)
30.03.2016
Race mostra appieno l’insensatezza delle leggi razziali e di quanto fossero radicate nel senso comune americano, dipingendo uno stato che inorridisce e mette ai voti il boicottaggio dei Giochi Olimpici per le leggi razziali di Hitler mentre il proprio statuto presenta leggi che distinguono i propri cittadini dal colore della pelle. La storia narrata dal regista Stephen Hopkins si concentra negli anni determinanti per la carriera di Owens, mostrando anche il lato più umano della vicenda, rappresentato dall’amicizia dell’atleta con Larry Snyder, Jason Sudeikis, il proprio allenatore all’Ohio State University, un uomo indurito dalla vita e dalle scelte sbagliate che lo hanno portato a infortunarsi poco prima della partenza per i Giochi Olimpici di Parigi del 1924.

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Mario Petillo (cinema.everyeye.it)
30.03.2016
Una finestra sul mondo del razzismo, una finestra sul passato: Race è tutto questo, ma è anche una balconata troppo schiava del pettegolezzo, che va a inficiare la storia di un eroe morale con sottigliezze tipiche di chi sale alla ribalta, dagli amori ai tradimenti, dalle battutine scontate al voler necessariamente impreziosire le vicende umane con una vita disagiata e disgraziata. Dei cliché che risaltano soltanto l'inadeguatezza della sceneggiatura a raccontare una vicenda tanto grande quanto importante, che avrebbe meritato maggior visibilità e maggior plauso.

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Daniela Catelli (www.comingsoon.it)
30.03.2016
Alla fine, ciò che conta ed emerge dal film è lo straordinario sforzo atletico e la volontà di un uomo che poco guadagnò dalla sua fama e e che viveva in un'epoca difficile: se per tutta la vita ha ripetuto che Hitler non se ne andò per non stringergli la mano e che invece lo salutò, ha anche affermato che il suo presidente, Roosevelt, non gli inviò nemmeno un telegramma. È un bene che un film ricordi a tutti noi il valore delle sue imprese e del suo esempio, anche se restiamo dell’opinione che un po’ meno di luoghi comuni e un po’ più di coraggio nel rappresentarne la storia avrebbero reso anche maggior giustizia a questo autentico campione sportivo ed umano.

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Antonio Maria Abate (www.cineblog.it)
30.03.2016
Innocuo affresco inerente a un personaggio, Jesse Owens, la cui storia merita senza alcun dubbio di essere raccontata. Solo, in maniera diversa, di gran lunga più incisiva rispetto a quanto non si faccia in Race - Il colore della vittoria.

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Silvia Ricciardi (www.mauxa.com)
30.03.2016
Race – Il colore della vittoria presenta una sceneggiatura in grado di descrivere a pieno momenti salienti della vita e della vittoria, umana e sportiva, operata da Jesse Owens, senza tralasciare dettagli necessari inerenti alla cura del personaggio e dell’universo degli altri attanti disposti accanto a lui. Stephan James offre una mirabile performance degna di nota per un film che cattura lo spettatore e lo conduce per mano ai fatti che si svolsero nella prima metà del Novecento. Lo spettatore segue da vicino il protagonista, ammira le conquiste del campione e ammonisce gli errori dell’uomo, per una rappresentazione che si muove abilmente nei meandri della Storia e dello sport.

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Laura Siracusano (www.cinematographe.it)
30.03.2016
Race – Il colore della vittoria racconta volontariamente solo una piccola fetta della storia di Jesse. Quello che è importante è contestualizzare le vicende dell’atleta per poterne capire l’importanza storica, e questa è una delle doti del regista che, avvalendosi di un’ottima sceneggiatura, fa entrare lo spettatore perfettamente nella vita del giovane atleta e nella doppia forma di razzismo che si trova ad affrontare: quella all’interno del college, e quindi della stessa America, e quella d’Europa, resa palese una volta che Jesse arriva a Berlino.

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Marianna Cappi (www.mymovies.it)
30.03.2016
Il film corre indisturbato alla meta, ma dimentica le sfumature e la foto che ne esce è piatta.

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