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Andrea D'Addio (ScreenWeek)
17.05.2016
Tratto da un racconto di Alice Munro, una toccante storia di amore madre-figlia che si allontanano improvvisamente... Oggi a Cannes 2016 è il giorno di Julieta, il nuovo film targato Pedro Almodovar.

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3 Una sensazione palpabile e onnipresente di ansia. H...
3 Una sensazione palpabile e onnipresente di ansia. Ho dato il mio voto a Julieta | #JulietaIT :

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Lorenzo Pietroletti (www.movietele.it)
27.05.2016
Pedro Almodóvar torna a dirigere una storia di donne facendo riflettere e meravigliare; Julieta presenta una struttura circolare e in costante movimento, nonostante lunghi silenzi che esaltano l'emotività del momento.

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Maria Teresa Squillaci (www.dazebaonews.it)
27.05.2016
Rispetto ad altri lavori del regista spagnolo, che ritorna al cinema dopo tre anni dal suo ultimo film Gli amanti passeggeri, non c’è isteria nel rappresentare l’universo femminile e viene riconosciuta dignità all’universo maschile. Anche gli eccessi e il melodramma sono smorzati. Julieta racconta il dramma personale di una madre che deve fare i conti con la voglia di indipendenza dei figli, che affronta per tutta la vita un senso di colpa per lo più ingiustificato ma tanto comune a ogni genitore. Racconta  il dramma di una donna che perde il marito, di una figlia con un padre che intraprende una nuova relazione. Storie di dolori comuni, quotidiani, e per questo eccezionali.

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Gabriella Giliberti (leganerd.com)
27.05.2016
A modo loro queste due donne, interpretazione dello stesso personaggio, sono fragili e forti. Sono donne instancabili e che non possono rassegnarsi, perché è più forte di loro. Sono pazze, di quella genuina follia tipica di questo modello di donna mediterranea di cui Pedro Almodóvar è maestro e amante . Passionale, eterna, capace di lasciar perdere tutto per abbandonarsi in una passione.

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Erica Belluzzi (www.cinemamente.com)
27.05.2016
Alcuni particolari passeggeri ma squisiti contribuiscono a rendere Julieta tutto fuorché un Almodovar minore, come una critica miope l’ha ingiustamente tacciato d’essere; si pensi al dettaglio di un orologio rotto dopo una scena particolarmente drammatica o al cambio d’attrice (Emma Suàrez e Adriana Ugarte aperte e generose) per mostrare la metamorfosi fisica della protagonista dopo la depressione. Da brividi è l’interpretazione di Rossy de Palma nel ruolo di Marian la domestica di Xoan, nonché la più hitchcockiana fra i protagonisti. Una storia di perdite e ritrovamenti, gente in come o quasi in coma, tradimenti e speranze narrate con una tavolozza ricca e sontuosa, pop e lussuriosa al tempo stesso. Un film che scuote, capace di alternare la violenza d’un pugno nello stomaco a scene di pura poesia.

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Gabriele Lingiardi (www.cineavatar.it)
27.05.2016
Il regista spagnolo parifica questo deficit di forma con una potenza assoluta a livello comunicativo. È eccezionale la capacità con cui, nel bellissimo finale, riesce ad essere diretto e traslare in parole tutto ciò che ha voluto trasmettere nelle immagini. Non avrebbe guastato una maggiore originalità nella messa in scena e, quando le trovate registiche arrivano, non si può non pensare a quello che questo lungometraggio poteva divenire con un pizzico in più di coraggio. Invece il melodramma si fa a tratti troppo convenzionale e in parte artificiale. C’è una mano dietro alla vicenda, ma non sempre resta invisibile. Ma c’è anche molto altro in Julieta: c’è un salto temporale meraviglioso, con protagonista un asciugamano, per non parlare di un cervo in computer grafica (non all’altezza) e di un treno, allegoria della vita, in cui chi decide di scendere rischia di non scomparire mai dai ricordi di coloro che hanno condiviso il viaggio con lui. Consigliato a: chi vuole andare oltre le mancanze di un film per ricercare il pensiero del suo autore.

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Alessandro Tavola (farefilm.it)
27.05.2016
Julieta è un’opera pallida e priva di solidità e magnetismo, in cui ritrovare l’autore spagnolo al cento per cento, ma ridotto a mere meccaniche e regole, delle quali non basta la semplice somma: come se di mezzo ci fosse un’amnesia, è come se Almodóvar si fosse letto un libro su Almodóvar prima di realizzare il film.

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Valentina Ariete (movieplayer.it)
27.05.2016
Agli amanti di Almodovar forse Julieta potrebbe sembrare meno dirompente delle sue opere passate, e probabilmente è vero, ma la calma apparente che maschera i drammi interiori dei protagonisti contribuisce a enfatizzare lo smarrimento della protagonista, sbattuta tra un dispiacere e l'altro proprio come una barca in mezzo alla tempesta, situazione in cui molti di noi si ritrovano nella quotidianità, senza violini a sottolineare il nostro dolore, nella maggior parte dei casi silenzioso e non urlato come sul grande schermo.

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Letizia Rogolino (www.newscinema.it)
27.05.2016
La protagonista che soffre per il dolore della perdita e una sindrome graduale di abbandono, sembra essere l’unica in grado di emozionarsi ed emozionare, mentre gli altri personaggi sembrano freddi ed impassibili togliendo intensità al film. Il cinema di Almodovar si riconosce nella fotografia accesa di tinte estreme con una predominanza di rosso e blue che sottolinea ancora una volta l’esplicita influenza della cultura pop e degli anni ’70 che hanno formato l’autore. Ma la formula del cosiddetto “almodramma” non trova la sua realizzazione seguendo una serie di regole sbagliate e imperfette.

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Gabriele Niola (www.badtaste.it)
27.05.2016
Sarebbe audace definire Julieta come uno dei film migliori di Almodovar ma è anche evidente che fino a che questo regista continua a ragionare in questa maniera, continua cioè ad usare immagini, corpi e intrecci con una simile complessità (il fenomenale turbinio di coincidenze ha il consueto dissonante stridore con il realismo sentimentale), nessun suo film costituirà mai un passo indietro. Qui non si trova nè il tragedismo disperato delle sue opere più celebrate, nè il ribellismo degli esordi, nè la leggerezza magnifica di Volver o il rigore intellettuale di La Pelle Che Abito, eppure lo stesso Julieta si muove con uno stile talmente originale e personale da regalare sorprese e spunti inediti. Non si può fare a meno di scrivere che senza eccezioni il cinema di Almodovar, anche in questa fase, continua ad essere uno dei più puri e godibili, dei più complessi e stratificati possibili, una vera e autentica indagine del mondo (e del sesso femminile) da un punto di vista personalissimo comunicata con straordinaria empatia.

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Laura Cappelli (www.pianetadonna.it)
27.05.2016
Con Julieta, Almodovar, che alle donne ha sempre dedicato tinte rosse e poesia, offre una narrazione meno pomposa, meno grottesca, meno ossessionata dai suoi temi, e lascia che a raccontare sia solo la protagonista. Una donna che ha due facce - quella straordinariamente bella di Adriana Ugarte e quella splendidamente vissuta di Emma Suarez - e un destino solo: perdere e cercare. Una femmina che se fosse un mito greco sarebbe Ulisse, che all'acqua del mare e al viaggio deve tutto: la sua  gioia, la sua disgrazia, la sua consolazione.

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Antonio Maria Abate (www.cineblog.it)
27.05.2016
Si tratta insomma di uno di quei film a cui puoi muovere poche critiche, che l’oramai consolidato autore spagnolo gira in modo classico, senza concedersi particolari licenze. Si parlerà infatti di un Almodovar minore, il che ci sta, così come di trionfo della forma sulla sostanza, e su questo s’ha da essere meno d’accordo. Certo, emerge eccome una chiara attenzione verso l’aspetto cromatico, la pulizia nelle inquadrature, l'appropriata e rassicurante colonna sonora di Alberto Iglesias e tutto il resto; ma non ci pare che tali accorgimenti precludano la possibilità di andare più in profondità. Piuttosto, pur non essendo affatto un film mediocre, si ha la sensazione di un lavoro senza infamia e senza lode, risultato tendenzialmente frustrante se lo si inscrive alla filmografia di un regista così celebrato. Squalificarlo del tutto solo perché esce poco alla volta, senza colpi di coda bensì mantenendo il medesimo tenore dall’inizio alla fine, beh, si tratterebbe di un errore alquanto grossolano. Almovodovar c’è, e non bisogna nemmeno scavare così tanto.

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Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)
27.05.2016
Viaggio interiore che risale il tempo, Julieta è un film secco, semplice, essenziale, che rifiuta il pastiche hollywoodiano e mette in scena la vita nuda e cruda.

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Virginia Campione (www.cinematographe.it)
27.05.2016
Un film circolare, privo di una risoluzione univoca, una riflessione sulle tante declinazioni della sofferenza e dell’incertezza con cui le persone affrontano la vita ed il dolore, un campo misterioso, impossibile da decifrare se non nel momento in cui lo si sperimenta, lasciando che invada ogni campo del proprio essere. Solo in quel momento si è pronti a specchiarsi nelle persone amate, col coraggio di chi – prima di abbassare le difese e mostrarsi – è riuscito a guardarsi profondamente dentro.

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Giorgio Viaro (www.bestmovie.it)
27.05.2016
Resta il piacere – che chi ama il regista ritroverà intatto – di raccontare il melò come fosse un noir, la suspense dei sentimenti, l’amore mortifero, e anche la passione per i colori piatti e forti, la composizione geometrica degli interni (c’è all’inizio del film una scena in treno di grande fascino), l’insistenza sui primi piani, il cinema come un corteggiamento dei personaggi. Ci si può insomma consolare, ma bisogna essere veri fan dell’autore, nostalgici irrimediabili delle sue manie.

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Federico Gironi (www.comingsoon.it)
27.05.2016
Sotto però questa anatomia narrativa, oltre i piani di lettura (tutti comunque abbastanza espliciti) sotto il consueto abito fatto di tinte sgargianti e morbidi movimenti di macchina accompagnati dalle musiche di Alberto Iglesias, a Julieta sembra mancare un po' di sangue, e forse anche le lacrime. Almodóvar ha talmente subimato e standardizzato il suo stile da sembrare oramai un regista che provece col pilota automatico, che lo ha talmente stilizzato e codificato da scivolare a tratti nella messa in scena da telenovela, sebbene di confezione extralusso.

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Simona Santoni (www.panorama.it)
27.05.2016
Il regista spagnolo non tocca la gloriosa compiutezza del passato, ma intesse un racconto intimo e profondo, pervaso di struggente e poetica malinconia.

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Lorenzo Peroni (www.artslife.com)
27.05.2016
Julieta è un film fatto di mancanze che si rincorrono, in una mosaico di ricordi. Spazi vuoti che si completano nella contemplazione della perdita, che si essa di un amore, di una speranza, di un’occasione o di una figlia perduta. Il tempo e i sentimenti si inabissano per poi riemergere, impossibili da fermare, come una marea. È un film fatto di cesure da risanare in cui incombe, come un’ombra scura, il peso del tempo che passa.A sottolineare le ombre cupe e la suspense del drama ritroviamo le musiche composte dal fedele Alberto Iglesias che riportano alla memoria -forse in maniera un po’ fuorviante- il filone damsel in distress (Angoscia di George Cukor, Donne e veleni di Douglas Sirk, Il terrore corre sul filo con Barbara Stanwyck, ma anche Psycho di Hitchcock). Pedro Almodovar con Julieta si conferma quindi un autore di razza, che invecchiando è diventato forse più meditabondo, ma non per questo meno affascinante, non stupisce più ma  regala ancora quell’incertezza necessaria per turbarci.

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Luca Marra (it.ibtimes.com)
27.05.2016
Julieta è molto duro pur con venatura di speranza, è un film che piacerà molto ai tantissimi fan del regista, forse, addirittura, è troppo calibrato su di loro, e ha anche il difetto di essere un po’ schematico nella sua voluta ripetizione. Detto questo non si può non notare però quanto il magnetismo di questo racconto di cuori coi lividi del tempo sia sempre forte. Tiene incollati allo schermo, effetto ancor più da sottolineare quando si tratta di generi, come questo, non famosi per il loro dinamismo.  Almodovar non rischia ma fa quello che gli riesce bene, molto bene.

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Elena Pedoto (cinema.everyeye.it)
26.05.2016
Il rapporto interrotto e mai del tutto chiarito della protagonista con la figlia, e un dolore sedimentato nel tempo sono le tematiche chiave di quest'opera basata sui tre racconti brevi del libro Runaway di Alice Munro, e rielaborati da Almodóvar (con l'aiuto in scrittura della stessa Munro) in un'opera raffinata ma fragile, incapace di centrare il cuore dell'emozione.

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