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Filippo Magnifico
30.11.2016
Tra le ultime opere del regista, Sully è sicuramente una delle più asciutte, sia per durata (circa 90 minuti) che per intenti. Questo non vuol dire che sia leggera, nel suo essere più chiara che mai questa pellicola è in grado di porci di fronte ad una serie di dilemmi morali che trovano risposta nelle acque del fiume Hudson.

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4 Lucido, emozionante e carico di umanità, senza volo...
4 Lucido, emozionante e carico di umanità, senza volontà di strafare. #SullyIT‬

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Galgano Palaferri (www.mondospettacolo.com)
25.11.2016
Clint Eastwood rimette in quota il suo eroe e trasmette la medaglia da veterano ai soli eroi che la valgono: non più quelli che sparano ma quelli che si espongono. Non più quelli che scaricano coi colpi la responsabilità ma quelli che l’assumono mani alla cloche. Davvero un bel film, che ti emoziona e ti fa partecipe dalla prima all’ultima scena. Di sicuro un film da vedere e rivedere

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Alessandro Viale (www.ondacinema.it)
25.11.2016
Il percorso di Clint Eastwood è noto e questo "Sully" ben si inserisce nella sua filmografia. In particolar modo per la forte componente umana. Come nei suoi film migliori il protagonista è un uomo o donna che forte delle sue capacità sa esserci nel momento utile, sa scegliere il giusto da ciò che non è giusto. Sa essere sicuro di aver fatto la cosa migliore, difendere le sue posizioni. Ma pure essere discreto e gentile, con la battuta pronta. Insomma Sullenberger è l'eroe eastwoodiano (sic) per eccellenza. E "Sully" è un film potente

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Gaia Serena Simionati (www.teknemedia.net)
25.11.2016
L’ottima pellicola è ben diretta da Clint Eastwood, ottime le interpretazioni, asciutti i dialoghi, la trama avvincente, insomma Sully rimane un film proprio da vedere. 

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Daria Pomponio (quinlan.it)
22.11.2016
Interessante è poi anche la rilettura che l’autore ci offre del legal thriller, in un’ultima parte del film tutta dedita a confermarci, tra gustose battute salaci, quanto i calcoli degli ingegneri e le simulazioni di volo siano solo dei vacui simulacri che non possono certo fare meglio – d’altronde sono innegabilmente dei “falsi” – dell’uomo e delle sue innate virtù. Film robusto, quasi elementare nel suo assunto Sully non è perfetto, ma riesce a restituire il sano anelito alla classicità di un autore come Eastwood, da sempre intento a mettere l’uomo, un po’ come quello vitruviano di Leonardo Da Vinci o come il modulor di Le Corbusier, al centro di tutto, per ristabilire le proporzioni del vivere civile facendo riferimento all’unica fondamentale unità di misura di cui tenere conto.

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Aurora Tozzi (www.rearwindows.it)
22.11.2016
Clint Eastwood, con il suo inconfondibile stile, per l’ennesima volta ha realizzato un film di qualità che dà giusto risalto ai dettagli, scritto e interpretato in maniera ottimale; Tom Hanks, in odore dell’ennesima candidatura al Premio Oscar, è davvero in stato di grazia.

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Paolo Mereghetti (www.corriere.it)
22.11.2016
Il senso del film è tutto qui, nell’elogio perfettamente in linea con l’ideologia all american di Clint Eastwood per il coraggio, la decisione, il sangue freddo di chi sa portare il suo «gruppo» fuori dai guai. Ieri poteva essere la carovana dei coloni, oggi è un aereo di linea. A trionfare è sempre il singolo, l’individuo, l’homo americanus che sa affrontare i pericoli e superare gli ostacoli che la «natura» gli mette di fronte (qui, guarda caso, uno stormo di uccelli che rendono inservibili i due motori dell’aereo). Senza dimenticare, però, che in mano a un regista meno «classico» di Eastwood il film non avrebbe probabilmente raggiunto i vertici di semplicità ed efficacia che invece vanno riconosciuti a Sully. Quasi «aristotelico» nella sua vicinanza di tempi e luoghi (Sully non può nemmeno tornare a casa perché deve rispondere ai giudici dell’inchiesta), il film usa i flash back solo per dare forma visiva alle domande sulla ricostruzione e procede spedito nel cercare — e trovare — l’empatia con il suo eroe.

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Eva Carducci (www.pianetadonna.it)
21.11.2016
Clint Eastwood riesce ad immortalare quel bisogno di appartenenza e la necessità di avere un eroe da omaggiare, portando sullo schermo quel senso di gratitudine e riconoscenza dei cittadini di una New York ancora provata dagli attentati dell’11 settembre. Attraverso le storie dei passeggeri sopravvissuti, che non servono come mero espediente per far sciogliere in lacrime lo spettatore, Clint Eastwood mette in luce un sistema che è pronto a giudicare quello che non ha vissuto, solo per trovare un’alternativa possibile, un cavillo, un errore umano, onde evitare il pagamento dell’assicurazione. E al centro di processo c’è un uomo come tanti, divenuto eroe per caso, che vive il peso di quella decisione che lo ha segnato per sempre.

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Valentina Crosetto (www.cabiriamagazine.it)
21.11.2016
Nell’assumere la fisionomia chiaroscurale di Sully, Tom Hanks è perfetto: in cabina di pilotaggio, riesce a incarnarne la risolutezza d’animo, la competenza, almeno quanto il senso di smarrimento che prova a terra, sovraesposto all’invadenza dei media che non risparmia nemmeno la moglie (Laura Linney) e le figlie. Il merito va anche a Eckhart, abile nell’arginare con ironia il rischio di un’inevitabile deriva retorica. È chiaro, però, che quella di Sully è una battaglia personale, la lotta di un “piccolo uomo” destabilizzato dal destino che insorge in difesa della propria onestà granitica, scontrandosi contro lo scetticismo dei superiori. In questo, l’eco di certi eroi middle-class del cinema classico – uno su tutti, James Stewart – si fa sentire tutto, specialmente quando Sully difende in aula la decisione che l’ha reso eroe suo malgrado: avrebbe dovuto seguire gli ordini dei controllori di volo, ma non l’ha fatto, perché sapeva che atterrando fra i grattacieli di Manhattan qualcuno li avrebbe visti. Sapeva che ce l’avrebbero fatta. E se l’impressione iniziale è che Eastwood voglia aggiungere un altro pezzo alla sua collezione di eroi impagliati senza macchia, l’apologia dell’uomo solo contro tutti si trasforma invece in un’ammissione di “umanità” che sovverte qualunque giudizio: non di uno, ma di ogni singola persona coinvolta nell’incidente – dall’equipaggio ai soccorritori fino agli stessi passeggeri – è la responsabilità del miracolo. Senza il loro “normale” eroismo, il finale sarebbe stato un altro.

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Francesco Del Grosso (www.cineclandestino.it)
21.11.2016
In un film come Sully, però, ad attirare l’attenzione non è tanto la messa in quadro dello spettacolare ammaraggio, piuttosto il lato b, quello meno vistoso ma per quanto ci riguarda più interessante e coinvolgente. Quel qualcosa è la lotta che Sullenberger e il suo co-pilota Jeff Skiles (interpretato da Aaron Eckhart) devono affrontare contro coloro che mettono in discussione il loro operato in quei 208 secondi, che li porterà a misurarsi con le Istituzioni, i media, i pareri discordanti dell’opinione pubblica e persino con se stessi. Ed è proprio lì che lo spettatore dovrebbe andare a cercare il cuore pulsante dell’opera.

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Antonio Pettierre (www.taxidrivers.it)
21.11.2016
Sully è soprattutto un film sullo spazio e sul tempo: lo spazio della città di New York con la sua skyline, ma anche con le geometrie regolari delle sue strade invernali, mentre la macchina da presa segue Tom Hanks che corre solitario. Uno spazio in cui si racchiude l’evento imprevisto da affrontare, una geografia che solo un uomo di esperienza e conoscenza può gestire; il tempo invece è quello racchiuso in 208 secondi del disastro aereo, a sua volta racchiuso in 95 minuti di film e inglobato nella memoria collettiva di una città e dei sopravvissuti, come una matrioska composita e lineare, dove tutto si espande e allo stesso tempo si concentra. Sully da questo punto di vista è un’ode alla saggezza dell’individuo che riesce a controllare e gestire in equilibrio tempo e spazio.

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Gabriele Ottaviani (convenzionali.wordpress.com)
21.11.2016
Esaltazione dei grandi valori dell’America come l’impegno, il lavoro di squadra, la dignità e il senso di dovere responsabilità nel fare bene il proprio mestiere, quale che sia, una tecnica magistrale, la totale assenza di retorica, un cast straordinario, una direzione perfetta, un’emozione indicibile, persino quando si mettono alla berlina con strepitosa ironia le mastodontiche idiozie dei burocrati di professione: novantacinque minuti di potenza eccezionale. Semplicemente, un capolavoro.

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Vincenzo Verderame (www.recensito.net)
21.11.2016
Sully, girato interamente nel formato IMAX, ci trascina in basso in modo terrificante per risollevarci di colpo e di continuo verso la luce. È antropocentrismo civile che sommessamente sancisce il trionfo dell'uomo sulla macchina. Oltre i suoi limiti, c'è il miracolo umano.

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Massimo Lastrucci (www.ciakmagazine.it)
21.11.2016
Si concede solo un attimo di cedimento verso un populismo generico nel pistolotto finale di Sully e in una antipatizzazione a fini drammaturgici dei tre accusatori del Ministero dei Trasporti. Per il resto è una ricostruzione narrativamente impeccabile di un episodio straordinario (“un miracolo!” esclama un tecnico) di vita reale. Tom Hanks è come sempre magistrale nei panni dell'uomo comune che diventa un eroe quasi controvoglia (“Sono un uomo che fa il suo lavoro”) e quando il suo personaggio sogna un apparecchio che si infila nella giungla dei grattacieli per schiantarsi contro un palazzo, la nostra mente corre inevitabilmente a una ferita non ancora rimarginata nell'animo di tutti gli americani.

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Mauro Donzelli (www.comingsoon.it)
21.11.2016
Clint Eastwood ha preso una storia buona per un action edificante e retorico e ha realizzato uno dei suoi migliori film, una parabola di straordinaria attualità sul fare con scrupolo assoluto il proprio lavoro, quale esso sia. A Sully riesce il miracolo del risveglio dall’incubo della New York post 11 settembre, cancellando la paura che viene dall’alto attraverso un ristabilimento della quiete nel cielo sopra Manhattan. Lo fa rivendicando il fattore umano, ma senza luddismo passatista, utilizzando anzi la tecnologia per dimostrare la facilità dell’uomo di abusarne. In un mondo in cui vince chi urla e impone la propria immagine, a prescindere dalla competenza, Sully suggerisce all’America di ripartire dalle piccole cose, dall'etica del lavoro di un uomo comune che si riconosce solo all'interno di un lavoro di squadra. “Voglio che tu sappia che ho fatto del mio meglio”, dice alla moglie al telefono.

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Federico Pontiggia (www.cinematografo.it)
21.11.2016
Coinvolgente, serrato, empatico, Sully evoca, anzi, pre-evoca l’avvento di Trump in questo assolo collettivo anti-sistema, soprattutto, riafferma il potere del cinema, dell’arte tutta, quale fatto politico, quale affondo ideologico, presa di coscienza etica. E lo fa nella cornice del film d’impegno civile e resilienza umana, il solo capace di ribaltare un quasi certo disaster movie in una success-story umanista. Avercene di Sully, avercene di Clint.

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21.11.2016
Niente catastrofismi alla Airport o spettacolarizzazioni del dramma come farebbe un qualsivoglia regista paria piazzato lì da una superproduzione per inquadrare lacrime, ferite e congelamenti, supertecniche digitali a riprodurre realisticamente l’incidente. Perché Clint fa un cinema di testa e di concetto da tempo. E più stringe con la macchina da presa sull’eroe, inconsapevole di esserlo finché si vuole, più sa mostrare la classicità della storia che racconta, l’incanto basico del cinema che non ti lascia divagare un secondo oltre la visione sullo schermo.

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Andrea Bosco (www.movielicious.it)
21.11.2016
Hanks, incanutito e raggrinzito quanto basta per fungere da alter ego del vecchio Clint, è d’altro canto una scelta di casting funzionale e programmatica che, sulla carta, intenderebbe riconfermarlo, dopo Il ponte delle spie, nelle vesti di classico paladino dell’american way of life à la James Stewart dei nostri giorni, ma che, negli effetti, patisce i limiti di un personaggio monocorde e noioso dalla vaga aurea cristologica. E di certo non aiuta il fatto che a firmare lo script, basato sulle memorie dello stesso Sullenberger, sia un cristiano rinato saltuariamente prestato al cinema come Todd Komarnicki, che nell’arco di una risicata ora e mezza (record di brevità per il regista, abituato a prendersi i suoi tempi superando le due ore) rimane in superficie tanto nella sezione dedicata all’incidente – nulla che non si sia già visto in un film assai più complesso come Flight), tanto in quella giudiziaria, statica e protocollare fino all’anonimità, capace di riassumere nell’affrettatissima chiosa, una spiritosata con cui il co-pilota (Aaron Eckhart) suggella il processo, seguita da un’immediata dissolvenza in nero, quanto arrogante e facilone si siano fatti il linguaggio e la filosofia dell’Eastwood autore. Fa male dirlo, ma, soprattutto oggi, questo è il cinema americano di cui meno abbiamo bisogno.

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Giuseppe Grossi (movieplayer.it)
21.11.2016
Eastwood ci regala un film sincero, condito da un'ironia pungente e amarognola, mentre ritrova il tatto dei tempi migliori.

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Gabriele Niola (www.badtaste.it)
21.11.2016
C’è sempre nei film di Clint Eastwood almeno dagli anni ‘90 in poi (per tenerci stretti) un senso di compostezza e di economia di gesti che è una delle componenti più determinanti della meraviglia dei suoi film. Qui questa compostezza si manifesta con particolare evidenza nel protagonista, Sully, pilota dell’aereo che nel 2009 è dovuto atterrare nel fiume Hudson per evitare di schiantarsi su New York. C’è una ripetuta insistenza nel mostrare quanto quest’uomo agisca con rigore e determinazione in situazioni in cui tutti sembrano fare il contrario. Sia nella cabina dell’aereo (suo habitat naturale), sia negli uffici o sotto esame, che al telefono con la moglie, sempre lungo quei giorni frenetici ed emotivamente destabilizzanti (non è un’opinione, lo dice un medico che lui è emotivamente scosso), Sully fa pesare ogni gesto e ogni parola, Tom Hanks fa pesare ogni piccola variazione di un’espressione che è bravissimo a contenere e rilasciare mentre Eastwood con una forza calma che fa paura si comporta alla stessa maniera: dosa ogni dettaglio senza nessuna enfasi.

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Pietro Masciullo (www.sentieriselvaggi.it)
21.11.2016
Eastwood e Sully non ci stanno alle semplificazioni o alle sbrigative dicotomie verbali. Scrostano tutta l’impalcatura mediale (che estetizza ogni eroismo) e tutte le ricostruzioni giudiziarie (che insinuano un interesse economico) per far risaltare solo il lato umano delle cose. Una sfera che, proprio come il cinema, ha ancora bisogno di un tempo adatto per empatizzare, per ascoltare se stessi e gli altri, e solo dopo formulare un pensiero. Eastwood sembra parlare all’America di oggi (anche e soprattutto a quella del post Clinton/Trump, al di là di ogni facile endorcement, perché il cinema è fatto per porre dubbi e ritrovare un terreno comune) richiamandola a quel fattore X che si chiama proprio comunità. Sully non può e non vuole aderire a idee prefissate o manuali di istruzioni, accontentandosi di rivendicare il tempo necessario per sentire ogni evento: facciamo sul serio ora? Parliamo del fattore umano…

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Virginia Campione (www.cinematographe.it)
21.11.2016
Sully, in perfetto stile Clint Eastwood è la riprova del talento del cineasta  nell’esplorare il lato umano dei fatti, rendendoli tangibili sulla pelle dello spettatore e mostrando costantemente come inequivocabile l’autenticità del sentire del protagonista, un uomo temporaneamente solo contro tutti ma fiero di aver reso conto alla persona più importante: se stesso.

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Mattia Pasquini (www.film.it)
21.11.2016
I 1200 partecipanti al salvataggio, tra i 7 ferry, gli elicotteri e i vari corpi della città di New York ai quali Clint, Sully e Tom regalano la chiusura di un film importante, bellissimo, tra i migliori dei due miti a stelle e strisce.

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21.11.2016
Girato con la tecnologia Imax, che offre allo spettatore un'immersione piena nell'azione, accomodandolo nella cabina di pilotaggio a 'vivere' letteralmente l'esplosione dei motori, il silenzio che segue e le turbolenze dell'aereo che plana sul fiume, Sully resta nondimeno un film intimo, svolto nella testa del suo protagonista. Quello che ha fatto 'in emergenza' è inseparabile da quello che immagina, sente, conosce. Eastwood ricostruisce con lucidità l'esperienza e le attitudini del suo eroe, l'esordio giovanile, gli anni nella Air Force, perché è su quella pratica e su quella competenza che Sully decide di prendere la via del fiume. Lo sguardo dell'autore e l'interpretazione dell'attore trovano in Sully intimi cedimenti, confrontando il capitano eroico che ha gestito in volo crisi e destino con l'uomo a terra a disagio nel ruolo di eroe e in conflitto con quello che avrebbe potuto essere.

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Boris Sollazzo (www.giornalettismo.com)
21.11.2016
Non c’è niente da fare, Clint Eastwood – ci perdonerà per il paragone irrispettoso – è come un filtro di Instagram. Avete presente quei modificatori della famosa app che fanno apparire le vostre foto come capolavori di Newton o voi stessi come modelli di Armani o attori di Hollywood? Ecco, il cinema, lo sguardo, il talento narrativo del cineasta dagli occhi di ghiaccio (e dal cuore di panna, ma non diteglielo, soprattutto adesso che ha sulla coscienza la vittoria di Trump) hanno la capacità unica e sostanzialmente inspiegabile di trasformare una vicenda lineare e fin troppo banale – come tutti gli eroi che fanno la cosa giusta, non ci sono troppi lati oscuri in Sullenberg, soprattutto se si porta addosso la faccia di Tom Hanks – in un racconto epico, etico, vibrante, emozionante, complesso nella sua semplicità.

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Alessia Giordano (www.mistermovie.it)
21.11.2016
Sully merita di essere visto. E merita l’attenzione sino alla fine, quando scorrono immagini e testimonianze vere. Le persone che erano solo anonimi individui con un posto numerato e assegnato assumono un volto – e si scopre una splendida scelta di casting anche alla ricerca di comparse e attori somiglianti ai reali protagonisti della vicenda – e fanno parte di uno strano e unico legame: quello che unisce sopravvissuti a un evento unico.

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Pier Maria Bocchi (www.cineforum.it)
21.11.2016
Anche Sully è limpido e trasparente, nondimeno capace di una sintesi inedita. Non c’è un’immagine di più. Ed è evidente quanto autore e protagonista siano speculari, entrambi alla disperata ricognizione di un’identità non perduta ma improvvisamente debole, a dispetto di celebrazioni e onorificenze, eroismi e santismi, voti e targhe.

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Marco Albanese (stanzedicinema.com)
21.11.2016
L’America di Sully è un paese che appare – sia pure per un breve momento – pacificato, unito sotto la leadership di un uomo semplice, che ha fatto della competenza, della dedizione al proprio lavoro, la sua straordinarietà. Tom Hanks regala al protagonista il suo volto sereno e affabile, il suo tormento e i suoi dubbi: difficile immaginare qualcun altro nel ruolo di ‘Sully’. Il momento in cui, dopo aver guidato l’evacuazione ed essersi accertato che nessuno fosse rimasto indietro, si volta a guardare il suo aereo adagiato sull’acqua, nel grigio di una mattina d’inverno, è semplicemente memorabile. Dopo la straordinaria caratterizzazione dell’avvocato Donovan nel Ponte delle spie di Spielberg, Hanks è autore di un’altra interpretazione maiuscola, capace di restituire nei primi piani grandiosi in IMAX, tutti gli interrogativi del film di Eastwood.

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Gabriele Capolino (www.cineblog.it)
21.11.2016
In poco più di 90 minuti, Eastwood firma il suo film più secco e conciso, addirittura il più ‘chiaro’ nelle intenzioni. Forse questa mancanza di sfumature non lo eleva a livelli di Million Dollar Baby o Mystic River. Ma resta una solida lezione di cinema, ferma e sicura: e tutte le scene che descrivono l’incidente da diversi punti di vista valgono da sole il prezzo del biglietto.

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