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Lorenzo Pedrazzi (blog.screenweek.it)
24.01.2017
Tutto questo non funzionerebbe altrettanto bene senza le performance di James McAvoy e Anya Taylor-Joy: se l’attore scozzese è bravo a non scadere nel macchiettismo, ma lavora con arguzia sulla gestualità, la voce, la postura e la mimica dei diversi alter ego, la giovane interprete di The Witch si conferma una grande promessa del cinema americano, bravissima a reagire e adattarsi alle diverse personalità del suo carceriere, ma sempre con lo stiletto del terrore puntato alla gola. Senza dubbio l’evoluzione della trama si prende dei rischi, spiazza e sembra uscire dai binari, eppure Shyamalan ha il merito di spargerne i semi lungo tutto l’arco del film, favorendo la coesione e la coerenza del racconto. Come accade spesso nel suo cinema, la regola è semplice: bisogna aprire la mente all’assurdo, all’incredibile, come in un episodio di The Twilight Zone o in un racconto di Richard Matheson. Il fantastico germoglia nel quotidiano, e nei suoi orrori si autoalimenta, giustificando se stesso. Split, irrobustito dalla caratterizzazione psicologica dei personaggi e dalla cura per i dettagli (soprattutto in relazione al passato di Casey e al suo rapporto con il corpo), non fa che confermare questa visione.

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Valentina Alfonsi (www.loudvision.it)
24.01.2017
E la sorpresa finale, che dal “Sesto senso” in poi ha caratterizzato nel bene e nel male (i detrattori ci sono sempre stati, in particolare nel periodo di “Lady in the Water”) più di un film del regista? C’è, ma non si tratta di un vero e proprio colpo di scena. Potremmo definirla piuttosto un’indicazione di lettura, che ci fa riconsiderare quanto abbiamo appena visto, dà a “Split” una collocazione interessante rispetto alla filmografia precedente di Shyamalan, e rende molto difficile scrivere questa recensione. Perché qualunque considerazione approfondita sul confronto con l’altro da sé (o l’altro dentro di sé, in questo caso), sulle immagini speculari (altra ossessione di Shyamalan, al pari dei contrasti cromatici) e sul vedere come atto di conoscenza e responsabilità rischierebbe di finire rovinosamente in zona spoiler. [...] Se amate Shyamalan, correte. Vi darà molta gioia.

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Massimiliano Martini (www.martiniagitato.it)
24.01.2017
Shyamalan sembra voler aggiungere corpo all'idea di base di un thriller che lui ritiene scarna, ma che è scarna solo in apparenza, e invece ottiene l'effetto opposto. Invece che vedere un thriller in cui tre ragazze prigioniere in uno scantinato devono fare i conti con uno psicopatico dalle personalità multiple (ora nei panni di un maniaco dell'igiene, poi di una algida donna e poi di un bambino di nove anni), ci ritroviamo davanti a un film che non ha più una identità sua e, cosa peggiore, non ha più un briciolo di tensione. Da vedere una volta sola. È il classico film in cui tutto ciò che c'è da vedere è nei trailer.

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Giovanni Calogero (www.cinemamente.com)
24.01.2017
Un viaggio intenso, quindi, verso un labirinto pieno di insidie della mente dotato di un’ottima ironia di contorno adatta per prendere con filosofia la triste situazione con cui Kevin e la dottoressa son destinati ad affrontare ogni giorno. Un passo finalmente in avanti dopo gli ultimi deludenti film del regista indiano che fa ben sperare per il futuro soprattutto se la psicologia verrà approfondita evitando di cadere nelle tentazioni ad esempio di X-Files, che, con tutto il rispetto per Chris Carter, è decisamente un altro genere.

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Carlo Andriani (www.newscinema.it)
24.01.2017
Condizionati dalla struttura narrativa di Shyamalan, ci aspettiamo il finale a effetto. Un momento topico che attendiamo sicuri che, in un modo o in un altro, resteremo vittime della psicologia di un autore in grado di tramutare l’ovvio in straordinario. Eppure Split, anticipato da un trailer fin troppo rivelatorio, risulta costruito per impressionare lo spettatore. La sensazione è che Shyamalan sia rimasto incastrato nella sua stessa trappola, vittima di un gioco di magia riuscito solo in parte. Una fragilità che rende Split un thriller privo di quel barlume di genialità che abbiamo amato in The Visit. Split è Shyamalan che imita Shyamalan, un horror psicologico che ripete in modo macchinoso gli indimenticabili brividi lungo la schiena de Il sesto senso, Unbreakable e The Village.

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Rosanna Donato (filmup.leonardo.it)
24.01.2017
Sono molti gli elementi degni di nota nella pellicola, a partire dalla straordinaria capacità, apprezzabile nel film in lingua originale, di James McAvoy di cambiare timbro di voce in base alla personalità di quel dato momento. Verso la fine del film c’è anche una scena dove questo aspetto emerge su tutti gli altri, lasciando lo spettatore senza parole. L’attore, pur recitando ruoli diversi, è riuscito a dare ad ogni personaggio la giusta caratterizzazione nelle movenze, nel linguaggio e nell’atteggiamento, mostrando così emozioni differenti e contrastanti e mantenendo il pubblico incollato alla sedia del cinema per tutto il tempo. Forte, d’impatto e poco adatto ai bambini, il film potrebbe coinvolgere gli appassionati del genere e terrorizzare quella percentuale di spettatori che invece non lo apprezza.

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Giulio Cicala (www.cinetvlandia.it)
24.01.2017
In quasi due ore molto intense, non si hai mai la sensazione di sapere quello che sta per succedere ed è proprio questo il bello del cinema di Shyamalan, non sapere in quale direzione si sta andando, finale compreso assolutamente sorprendente (e che non vi vogliamo svelare per non bruciare la sorpresa). Ciò dimostra, ancora una volta, la spiccata e coraggiosa personalità del regista che si è rivolto al suo passato, al suo modo di fare cinema per tornare grande. Oltre all'intensità dell'atmosfera, dei protagonisti e del film stesso - non un horror in senso classico ma un thriller psicoanalitico - aver puntato tutto su un attore come James McAvoy che non aveva mai rischiato così tanto mettendosi a nudo sia fisicamente sia come attore, è stata una scommessa molto rischiosa vinta in maniera sorprendente, la cui interpretazione abbiamo potuto gustare in lingua originale. McAvoy interpreta diversi personaggi, ognuno ha una sua sfaccettatura e personalità e lo spettatore non può rimanere colpito dalla poliedricità della performance.

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Valeria Brunori (www.ecodelcinema.com)
24.01.2017
Non sono solo le molte facce di McAvoy/Kevin a tenere lo spettatore incollato alla sedia: la trama è interessante, intricata e fluida al tempo stesso, la regia ottima e la suspance elettrizzante. Shyamalan è finalmente tornato a fare film, come ha commentato qualcuno alla fine della visione. [...] "Split" è un thriller da non perdere: Shyamalan è tornato.

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Francesco Madeo (www.cinefilos.it)
24.01.2017
Dal punto di vista narrativo Shyamalan dimostra ancora una volta di saperci fare, con buona pace dei detrattori.  La sceneggiatura, solidamente costruita dentro a una struttura impeccabile, è in perfetto stile hitchcockiano, con informazioni cadenzate con il contagocce, tensione, e costrutto del racconto che poi sfoceranno in un finale ansiogeno, dove al centro c’è la bravura dei protagonisti. Qui bisogna lodare l’incredibile talento di James McAvoy, bravo e abile a dare a ognuna delle nove personalità che vediamo dispiegarsi durante il film, caratteristiche, gestualità e movenze fisiche distinte. Un lavoro incredibile che meriterebbe per lo meno una nomination all’Oscar. Lode anche alla giovane Anya Taylor-Joy che dopo The Witch dimostra ancora una volta un genuino talento che fa ben sperare in un futuro roseo e ricco di incredibili performance.

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Matteo Marescalco (www.cinema4stelle.it)
24.01.2017
Nonostante questa ritrovata purezza, il cinema di Shyamalan si conferma come un gigantesco universo di citazioni e di rimandi in cui affogare e lasciarsi cullare. Il finale eclatante regala alla sala più di un'emozione e conferma quanto il regista sia ancora capace di mirare tanto al cervello quanto allo stomaco dei suoi spettatori. Shyamalan vede il nichilismo nascosto dentro le immagini, con quei movimenti di macchina che sembrano allontanare dalla realtà in un continuo oscillare tra inquietudine e ritorno alla luce. Ecco che ogni suo racconto diventa metafora di un nuovo modo di credere nel reale, un atto di fede che si può raggiungere chiudendo gli occhi e ascoltando e toccando le cose per comprendere cosa sono realmente. Alla ricerca di quel legame invisibile che connette ogni essere umano.

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Davide Colli (darumaview.it)
24.01.2017
Con il suo ultimo film Shyamalan dimostra la sua innata abilità di approcciarsi al cinema come farebbe un bambino con un giocattolo, cosciente però di ogni suo minimo aspetto. Un approccio che gli consente di stravolge meccaniche ormai abusate all'interno del cinema di genere, rendendo il prodotto quasi innovativo. La conferma di essere ancora uno dei narratori di universi più completi e capaci dell'intera industria hollywoodiana

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Emanuele Bianchi (leganerd.com)
24.01.2017
Nonostante perda un po’ di sostanza nel finale, lasciando leggermente l’amaro in bocca per scelte un po’ semplicistiche e che non mostrano come ci si aspettava quel che promette, Split risulta in ogni caso un film ben girato e scritto capace di intrattenere lo spettatore per tutti i 116 minuti di durata tenendo la tensione sempre alta.

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Martina Cancellieri (www.filmforlife.org)
24.01.2017
Ancora una volta il regista affronta il tema della “diversità” come emarginazione sotto le diverse sfaccettature del protagonista interpretato da un ottimo e “schizofrenico” James McAvoy e dalla ragazza Casey (Anya Taylor-Joy) da lui rapita. M. Night Shyamalan con Split conferma dunque la sua forte presenza autoriale espressa attraverso un certo cinema di genere.

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Andrea Facchin (www.bestmovie.it)
24.01.2017
Per due terzi Split è costruito con l’inquietante concretezza di un incubo, poi, bruscamente (anche troppo), vira verso una dimensione da sempre tanto cara al regista, a metà strada fra il soprannaturale e l’horror. Il risultato spiazza, disorienta, provoca un’ulteriore reazione rispetto a quanto si è già visto. Se una scelta simile sia un colpo di genio o una carta mal giocata, sarà terreno di dibattito. Quel che è certo è che a Shyamalan è tornata la voglia di stupire e rischiare, senza abbandonare il suo marchio di fabbrica, il colpo di scena che ti fa cadere dalla sedia. Qui non è sconvolgente come quello del Sesto senso, piuttosto rappresenta l’ultimo pezzo del puzzle. Ma ve lo garantiamo: non delude.

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Marco Triolo (www.film.it)
24.01.2017
Shyamalan ha portato avanti qui un'idea che aveva testato in The Visit, ovvero il cambio repentino di genere. Per tutto Split si è convinti di guardare una cosa, e alla fine ci accorgiamo di trovarci in un film di tutt'altro genere. È una trovata molto interessante che, oltretutto, qui viene dosata decisamente meglio. Centellinata, tanto per ribadire il concetto. Il regista si affida a due interpreti straordinari: McAvoy dimostra un controllo disumano e la capacità di non gigioneggiare, evitando una trappola in cui spesso cadono anche i più grandi. Anya Taylor-Joy, nel ruolo di Casey, la prigioniera più scaltra del trio, è una conferma dopo The Witch e sa essere molto più che una semplice final girl.

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Martina Barone (www.cinematographe.it)
24.01.2017
Curioso thriller psicologico, Split risulta un riuscito film che coinvolge nella sventura delle ragazze e nella malattia del personaggio principale lo spettatore, azzardando con uno svolgimento centrale leggermente troppo tirato, ma che comunque non va ad inficiare la completezza del lungometraggio. Un promemoria per non dimenticare cosa la mente può costruire, sottolineando che ogni personalità può rivelarsi, anche maleficamente, straordinaria.

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Emanuele Sacchi (www.mymovies.it)
24.01.2017
Split è prima di tutto un lavoro sui generi cinematografici e su come alternarli e mescolarli oggi, dopo che tutto è stato raccontato e che le serie tv - di cui Shyamalan è attento e partecipe osservatore - si sono portate via il dono di narrare storie. Il regista si serve delle molteplici personalità di Kevin - ben 23 - per cambiare registro continuamente, intervallando toni grotteschi ad altri inquietanti o orrorifici, pur mantenendo una dominante fosca e pessimista. Prima di rivelare l'effettivo genere di appartenenza di Split con una scena finale, che sa quasi di necessaria captatio benevolentiae verso il proprio pubblico. Il DID, o disturbo dissociativo dell'identità, è una patologia dall'indiscusso potenziale cinematografico, più volte ripresa da De Palma (Vestito per uccidere), Hitchcock (Psycho) fino a quelli che paiono i modelli più vicini alla rielaborazione di Split, come il sottovalutato Identità di James Mangold o la serie United States of Tara, in cui una straordinaria Toni Collette incarnava personalità contrastanti anche nell'identità sessuale oltre che comportamentale. Uno spunto ripreso anche in Split, che consente a James McAvoy di brillare con un'interpretazione difficilmente dimenticabile. Dallo stilista gay Barry all'ossessivo-compulsivo Dennis, dal bambino dispettoso Hedwig alla fanatica religiosa Patricia, McAvoy si prodiga in una dimostrazione delle sue doti di trasformismo (aiutato dal costumista di The Danish Girl Paco Delgado), donando una fisicità incredibile alle differenti sfaccettature di Kevin.

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Antonio Maria Abate (www.cineblog.it)
24.01.2017
Split è ancora più allineato a forme di racconto archetipiche proprio nel suo essere il racconto non di una fuga bensì di un ritorno: solo a fronte di una lettura superficiale, che il film incoraggia praticamente sino all'epilogo, può sembrare che il destino delle prigioniere di quel "mostro" sia quello di evadere, sottrarsi alle sue grinfie. L'horror meglio di tanti altri generi riesce ad accordarsi con la natura del racconto ciclico, che si ripete costantemente; di fondo la stessa storia che ci andiamo raccontando da sempre. Shyamalan riesce a seguire questa struttura, facendosi informare anziché informarla; ciò che ne viene fuori è un risultato oltremodo interessante, che si colloca nell'ambito di un fenomeno tra i più significativi nell'ambito del genere, reso rilevante dal sempre più felice sodalizio tra il regista de Il sesto senso e il Re Mida Blumhouse.

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Marco Cacioppo (www.nocturno.it)
24.01.2017
Il bello di Split, un bizzarro monster movie della mente, è, infatti, che alla fine non ci sono né vincitori né vinti. E Shyamalan riesce a far emergere finalmente il suo lato più oscuro.

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Domenico Misciagna (www.comingsoon.it)
24.01.2017
Shyamalan non ha paura di rischiare e farsi male, alla faccia dei Razzie Awards che lo hanno tartassato fino a pochi anni fa. Sa creare un'atmosfera con pochi tocchi, incuriosisce sempre e non vuole mai essere prevedibile. L'apice lo raggiunge con il suo consueto colpo di scena finale, che ovviamente non potremmo mai commettere il delitto di svelare. Possiamo però prendere la questione molto alla lontana, dicendo che le capacità manipolatorie di Shyamalan denotano un'intelligenza rara, che prima o poi anche i suoi detrattori dovranno ammettere: essere "ingannati" da lui è di rado un'umiliazione, quanto più spesso uno stimolo, un segno di una concreta volontà di condividere il proprio entusiasmo per le potenzialità narrative e formali del mezzo. Con una libertà che una major non approverebbe mai.

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