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Maria Teresa Ruggiero (www.universalmovies.it)
31.05.2016
Claudio Giovannesi rimane fedele alla sua idea di cinema: osserva la realtà degli adolescenti e porta sullo schermo la loro vita con una naturalezza partecipativa che non sconfina mai nell’invasione e nel giudizio. Ricerca con lo sguardo della macchina lo sguardo di Daphne facendone emergere ogni singolo taglio di vita, fino a liberarsi insieme a lei.

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Federico Vascotto (www.dituttounpop.it)
31.05.2016
A metà strada fra i suoi precedenti lavori quindi (i documentari Fratelli d’Italia e Wolf e i lungometraggi La casa sulle nuvole e Alì ha gli occhi azzurri), Fiore ha un buon equilibrio fra i due generi cinematografici, per raccontare una storia semplice, genuina, dolce ma allo stesso tempo cruda, difficile, scorcio e denuncia di un mondo visto con li occhi dell’innocenza mista a esperienza di strada.

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Serena Catalano (movieplayer.it)
31.05.2016
Fiore è un film che si serve principalmente dei suoi attori, così come di una sensibilità registica che continua un discorso iniziato in precedenza ma non per questo sembra aver esaurito le cose da dire, che anzi vengono presentate di nuovo con puntualità e attenzione, rendendo il percorso di Claudio Giovannesi ancora una volta importante.

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Paola Casella (www.mymovies.it)
31.05.2016
Dopo Alì ha gli occhi azzurri, Claudio Giovannesi torna a raccontare gli ultimi concentrandosi in particolare sui più giovani e scansando la retorica e il buonismo grazie alla forza documentaria della sua regia agile e mai edulcorata. Giovannesi è un cavallo di razza dietro quella cinepresa che non stacca mai dai personaggi, stando loro sul collo e respirando il loro stesso respiro.

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Raffaele Meale (quinlan.it)
31.05.2016
L’evasione – spirituale, sentimentale e anche effettiva – pompa sangue nelle vene di Fiore, che si muove in un crescendo continuo e inarrestabile, fino alla splendida sequenza che vede Josh e Daphne cercare di sfuggire a due ostinati poliziotti alla stazione dei treni. Viaggio impossibile, utopia di una fuga che prima o poi verrà ricomposta e sconfitta dalla società, Fiore è un inno all’adolescenza imbastardita, e al desiderio di tenerezza, amore, comprensione. Un inno alla velocità, sempre pronti a chiedersi che fretta ci fosse, come la Loretta Goggi di Maledetta primavera (Fiore è il secondo film visto sulla Croisette a utilizzare il brano, dopo Sieranevada di Cristi Puiu). Di fronte a un simile slancio vitale il consiglio è quello di non fermarsi a ciò che “non funziona”, ma di lasciarsi accompagnare da questa ragazza per vie impervie, e forse destinate alla sconfitta. Ma mai prone.

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Martina Barone (www.cinematographe.it)
31.05.2016
Film diretto e senza maestranze di regia, dalla fotografia semplice, ma estremamente efficace, vede come sceneggiatore dei pochi dialoghi lo stesso Claudio Giovannini; discorsi, perlopiù frasi, giusto poche parole, a differenza dei molti sguardi rivolti ad un infinito troppo immenso rispetto alla piccola esistenza che si consuma nelle strette mura del carcere minorile. La semplice riabilitazione nella quotidianità è pura utopia in riferimento a certe persone. Un’opera, quella del regista italiano, che insegna anche grazie ad un finale azzeccato che non sempre per tutti esiste il modo di recuperare.

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Federico Gironi (www.comingsoon.it)
31.05.2016
L’intensità raggiunta da Giovannesi con la pratica costante di questa misura è alta, e più Fiore e la sua protagonista (una sorprendente e bravissima esordiente, Daphe Soccia) stanno dentro le righe, magari al limite, ma senza mai esondare, più l’emozione per noi che guardiamo e seguiamo le loro storie è profonda. Allo stesso modo, l’energia di Dafne è tanto più trascinante quanto più è costretta e imbrigliata dalla sua stessa irrequietudine e dalle mura e le sbarre del carcere, o dagli obblighi familiari che la tentano e la opprimono al tempo stesso; e la tensione erotica tra lei e il suo Josh è più potente quando la carnalità non viene espressa né evocata, che quando al legame affettivo tra i due si mescola l’esplicita attrazione sessuale. In qualche modo, allora, più ancora che nei suoi lavori precedenti, Fiore è il film dove Claudio Giovannesi cerca e riesce a domare l’indomabile, lasciando che poi la corsa folle e irresponsabile verso un futuro che non c’è risulti dolce e amara al tempo stesso, proprio perché così tanto attesa e rimandata.

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Alberto Vella & Andrea Rurali (www.masedomani.com)
31.05.2016
Nonostante i frammenti didascalici e un velo di moralismo residuale, il lungometraggio mostra il suo lato sincero, diretto e istintivo, grazie anche alle performance degli attori che, con naturalezza e semplicità donano credibilità e veridicità (necessari) ai personaggi. Riprendendo temi cari al cinema d’autore francese e le linee narrative dell’opera di Emmanuelle Bercot A Testa Alta (selezionata per l’apertura di Cannes lo scorso anno), Claudio Giovannesi tiene solidamente le redini della macchina da presa e, complice uno stile mirato ed attento che evita di scivolare nella retorica o nell’autocompiacimento, cattura gli sguardi, i battiti e i sospiri dei protagonisti. Una pellicola lontana da catalogazioni o dai canoni delle recenti produzioni italiche, che merita di essere vista, lasciandosi trascinare nei meandri più intimi e fragili della vicenda. Profondo.

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Ludovica Ottaviani (darumaview.it)
31.05.2016
Fiore è una storia piccola ed intima di un amore più grande e di un desiderio difficile da ingabbiare, quello di libertà.Grazie ad un cast di non-professionisti intensi e convincenti (supportati da Valerio Mastandrea), quella che apparentemente poteva rimanere soltanto come una buona idea sviluppata non troppo bene e lasciata sospesa, assume invece tutta un’altra forma, diventando un’opera più complessa nonostante le sue numerose debolezze strutturali e la natura incompleta. Un pregio che ha Fiore è la capacità di saper raccontare attraverso uno sguardo lucido, mai banale e scevro di facile pietà, la condizione difficile della vita in un carcere (soprattutto minorile): non c’è retorica nella macchina da presa di Giovannesi ma solo cruda raffigurazione di una realtà che, di per sé, è già abbastanza crudele senza bisogno di essere sottolineata.

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Giorgio Viaro (www.bestmovie.it)
31.05.2016
Il film non è molto più di questo, la vita nel riformatorio, le visite del padre (interpretato da Valerio Mastandrea), la ricerca di uno spazio personale dentro un mondo in cui sono gli altri a decidere cosa devi fare, e dove e quando. La cosa migliore sono i due protagonisti, ma il pensiero che per imitare la vita si debba prendere attori non professionisti, lasciargli il nome e togliergli lo spazio per scappare dalla macchina da presa, senza qualche intuizione di scrittura in più – o di forma, o tutte e due – sembra sempre un pensiero un po’ povero.

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