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Roberto Giacomelli (www.darksidecinema.it)
09.12.2016
Va da sé che il regista Farren Blackburn, con in curriculum l’epico-avventuroso Hammer of the Gods e alcune puntate di Daredevil e Doctor Who, non è Stanley Kubrick, così l’eleganza geometrica formale lascia il passo a una direzione abbastanza grezza che mostra una predilezione nella gestione degli spazi piuttosto che nella ottimale costruzione della tensione.

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Francesco Bruni (movieplayer.it)
09.12.2016
Caricato ancor più da una fotografia sui toni scuri, Shut In sprofonda infine tra le nebbie stilistiche che, prevedibilmente, non avevano ragione sufficiente per uscire da un infausto destino. E forse, trattenuto il mistero si sarebbe anche ottenuto un risultato migliore. Perché con evidente imbarazzo, lo script della Hodson lascia invece molti caduti sul campo.

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Alessandra Balla (www.taxidrivers.it)
09.12.2016
Quello che doveva essere un colpo di scena non è altro che una trovata poco originale che porta il regista Farren Blackburn a rincorrere il vuoto della narrazione, finendo per tralasciare ogni struttura e logica registica. Musica alta, piccoli spaventi ed eterna suspense, questo è quello che troverete guardando Shut In. Il film, impossibile non fare il paragone, sembra proprio che voglia imparare dai grandi ma invece che omaggiarli ne scopiazza qua e là gli elementi, finendo per creare un prodotto altamente più basso rispetto agli standard prescelti. Uno dei grandi a cui pare che Shut In copi i movimenti sembra proprio essere Shining, ci sono tanti elementi simili all’interno della storia: la neve, una casa distante dalla civiltà, la pazzia famigliare e il fatto che sia un esterno a correre in soccorso della protagonista. Capiamo che non c’è niente di  meglio di Kubrick per affrontare  una tale sfida, ma scimmiottarne le trovate non sembra il modo migliore per raggiungere il risultato.

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Nico Parente (www.cinematografo.it)
07.12.2016
Shut In vanta dei veri e propri picchi adrenalinici misti a tensione, ben calibrati e diretti con cura dei dettagli: Blackburn è capace di far trasalire ricorrendo semplicemente al sonoro e a qualche effetto sorpresa, senza futili spargimenti di sangue o altro. Come tutti i film ambientati in un unico spazio, Shut In si presenta claustrofobico, cupo e opprimente, tentando anche una brusca sterzata verso l’home invasion, ma forse è proprio il tentativo di voler condensare troppi sottogeneri in soli 90’ a rendere il film un po’troppo pasticciato, prevedibile e confuso.

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Alessandro Aniballi (quinlan.it)
07.12.2016
Shut In è un thriller/horror scontato e prevedibile su una donna sola e isolata, interpretata da una affannata Naomi Watts.

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Francesco Lomuscio (cinema.everyeye.it)
07.12.2016
Quasi del tutto ambientato nello spazio chiuso di un’abitazione, come vuole una certa tendenza della celluloide di tensione d’inizio terzo millennio, Shut In è stato pensato nel tentativo di ribaltare i capisaldi del thriller lasciando tanti piccoli indizi durante la sua costruzione, per poi lasciare spazio alla rivelazione finale. In realtà, però, dai capisaldi sembra soltanto rubacchiare situazioni e immagini limitandosi a rimanere un esercizio di stile non disprezzabile, ma, sicuramente, piuttosto privo di originalità.

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Emanuele Di Porto (www.sentieriselvaggi.it)
07.12.2016
La nota più fastidiosa di Shut In è il modo in cui i luoghi comuni e le situazioni scontante del thriller non vengono presentati come degli omaggi devoti. La sceneggiatrice britannica Christina Hodson è finita per tre volte nella Black List dei migliori script non prodotti e questo è il suo primo copione che viene effettivamente realizzato. Il suo soggetto claustrofobico non ha la colpa di perdersi negli stereotipi ma quella di lavorarli come se fossero di prima mano e come se lo spettatore dovesse prenderli sul serio. Il film prova a bluffare ma anche lo spunto della persona misteriosa che sembra vivere nei muri della casa è plagiata da The People Under the Stairs di Wes Craven. La messa in scena non viene incontro agli sforzi della storia e Farren Blackburn fallisce nel distribuire la tensione attraverso la gestione dello spazio chiuso della villetta nel bosco. Le sue scelte non riescono a spezzare il limite dell’ambientazione domestica e a rovesciarlo in una virtù.

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Michele Parrinello (www.persinsala.it)
06.12.2016
Shut in non segue la traccia della distruttiva paranoia della sua protagonista, forse l’unica che avrebbe potuto salvare il film, e si ritrova a non avere niente da aggiungere a quanto già espresso centinaia di volte da thriller analoghi e in generale da dire o da trasmettere. È incoerente, noioso e telefonato nei suoi interminabili novanta minuti. L’unico vero brivido in grado di generare è quello che corre lungo la schiena all’atto dell’acquisto del biglietto.

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Lilly Leone (www.cubemagazine.it)
06.12.2016
Shut In è un thriller che però racconta una storia composta di elementi presi in prestito da altre pellicole di più alto spessore. Il film non è dei migliori della tipologia del terrore ed anche la protagonista, la brava Naomi Watts, non riesce a dare alcun valore aggiunto alla pellicola. Il film è ambientato in uno spazio limitato (quello della villa con annesso sinistro scantinato) per puntare tutto sulla paura di rimanere isolati e soli nell’affrontare eventi terrificanti. Ma la pellicola procede senza regalare grandi sorprese a parte il finale che diventa nell’economia del racconto forzatamente inaspettato.

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Mirko Lomuscio (www.youmovies.it)
06.12.2016
Ormai assistere a certi film è come bere una specie di bibita centrifugata dove possiamo trovare di tutto e di più; Shut in quindi è una sorta di centrifuga del genere thriller, che mette più titoli possibili nel suo svolgimento, un po’ per voglia di citazionismo, un po’ per mancanza di idee.

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Stefano Labbia (www.myreviews.it)
06.12.2016
Buona la regia (Farren Blackburn – Doctor Who Series, DareDevil Netflix), storia non (del tutto) banale, sceneggiatura (firmata da Christina Hodson – autrice anche di Unforgettable con Rosario Dawson, in uscita l’anno prossimo) che tiene, nonostante non ci si trovi di fronte, come detto, per genere e stile della narrazione, ad un ritmo serrato, come forse l’argomento e le circostanze meriterebbero. Questo pur registrando attori in parte – su tutti gli ottimi Naomi Watts, Oliver Platt e Charlie Haeton – ed una fotografia ben curata a firma dell’ottimo Yves Bélanger

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Oreste Sacco (www.ecodelcinema.com)
06.12.2016
Farren Blackburn, regista televisivo, alla sua prima prova per il grande schermo, ci regala una regia robotica che fa propria tutti i cliché del genere, non cercando di apportare uno, seppur minimo, elemento di novità in un genere ampiamente frequentato negli ultimi anni. Nelle sue intenzioni la paura dovrebbe trapelare unicamente da improvvisi balzi e forti boati nella notte, il più delle volte prevedibili e scontati. Difatti, come lo stesso titolo allude, “Shut In” (letteralmente rinchiudere), confina lo spettatore più che dalle parti della paura e della tensione, in quelle della noia.

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Emanuele Sacchi (www.mymovies.it)
06.12.2016
Una produzione evidentemente sciatta, sub-televisiva (Blackburn da lì proviene e lì ritornerà), in cui stupisce la presenza di un'attrice del potenziale di Naomi Watts.

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Francesco Alò (www.youtube.com)
06.12.2016

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Daniela Catelli (www.comingsoon.it)
06.12.2016
Farren Blackburn si è fatto le ossa con la splendida serie inglese The Fades e la regia di episodi del Doctor Who, Daredevil e altri show televisivi. Al suo debutto cinematografico mette in scena con un buon senso dell’anticipazione una storia che però fa acqua da tutte le parti e diventa ben presto prevedibile, tanto che quando il povero Oliver Platt arriva a soccorrere la sua paziente il parallelo con Shining si fa ancora più evidente e imbarazzante. Jacob Tremblay, in una prova pre-Room, ha ben poco da fare e Naomi Watts - in un momento difficile della sua vita e della sua carriera - ha sulle spalle la responsabilità di farci credere a una serie di eventi poco credibili. Completa l'incolpevole cast nel ruolo del figliastro, Charlie Heaton, uno dei protagonisti di Stranger Things.

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