Un film asciutto e puntuale nella descrizione dei tic antropologici di Milano. Le atmosfere raccontate stupendamente. I dialoghi dosati magnificamente. La storia è raccontata con un realismo che lascia incollati allo schermo. Perché è davvero tutta lì, la storia che non sappiamo o non vogliamo nemmeno più raccontarci. Le emozioni devono fare i conti con il lavoro, ed il lavoro deve fare i conti con uno spiraglio di emozioni. Le emozioni mortificate dalla banalità del quotidiano, dai mutui ventennali, dal lavoro. Il lavoro che diviene prigione e non più mezzo per realizzare se stessi; che diventa perfino un alibi di acciaio per una fuga di vita, tanto è forte il senso di costrizione. Le scene d’amore, di eros sono trattate con eleganza,temperatura e gusto. Il coraggio di dire che la passione sventra la quotidianità, trascina l’essere umano nella propria follia, e lo sposta dalla piccola isola razionale nella quale si rifugia, e lo scaraventa nell’oceano dell’irrazionale. Quando la passione irrompe non reggono più gli argini. Fare i conti con la ragione,con le responsabilità, con il lavoro, con tutto quel che si è costruito,non basta più. Il film è più forte di un grido di protesta, contro la banalità e la volgarità di pensiero che permea la nostra società. Da sottolineare di questo film è la bellezza che scaturisce da una passione. Anna diventa più bella più vera, più autentica, più definita. Lei acquisisce un carattere, le sue forme diventano più definite, rivela ad un certo punto uno stile, che era offuscato dalla quotidianità ovvia della sua vita. Non è più spenta e prevedibile, ma sfuggente, decisa, emozionata, distratta e travolta dall’intensità delle sue emozioni.