Una pellicola stranamente dominata da un profondo senso di attesa, che sembra quasi irrisolta nonostante il pirotecnico, autonomo finale. C’è la competizione tra Gabriella e Sharpay, c’è il dilemma di Troy se dedicarsi al basket o alla recitazione, ci sono i soliti comprimari che colorano il contorno di un patinato film per i ragazzi delle nuove generazioni. Ma tutto questo non basta a restituire equilibrio a una storia che tanto è carica di attesa per qualcosa che deve sopraggiungere, tanto è caratterizzata da una seconda parte policentrica, che non riesce a mettere a fuoco un discorso unitario e coerente di risoluzione dell’aspettativa precedentemente creata. La fattura del film è comunque ottima e la cura con la quale viene gestito a livello d’immagine altrettanto buona; ma tale confezione risulta eccessivamente edulcorata. Va bene non attenersi a uno smaccato realismo, va bene stabilire un compromesso con il proprio pubblico sin da subito. Ma l’effetto "plasticoso", quasi ci trovassimo in un mondo targato Playmobil, irrompe nell’immagine spesso rovinandola, rendendola fastidiosa per un pubblico che sia appena smaliziato. Evidente universo di riferimento è Grease, ma lo spunto fresco e generazionale sembra smarrirsi per lasciare il posto a una serie di stereotipi buonisti legati alle tematiche e alla caratterizzazione dei personaggi. Ci si domanda se siano proprio queste le storie che desideriamo per i nostri bambini. D'altra parte, Wall-E e la Pixar ci hanno già dimostrato che è possibile affascinare anche con la semplicità di una storia che non ha bisogno di paillettes o lustrini per avvicinare un pubblico giovanile al cinema, ai suoi misteri e alle sue gioie.